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Sistema di ingiustizia: così Israele si assolve dai suoi stessi crimini

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Politica estera

23/08/2026

da Il Manifesto

Eliana Riva

Senza diritto La «verifica operativa» sostituisce le indagini, i ritardi dissolvono le prove, l’esercito tace sui responsabili. E la Corte suprema archivia. Solo i casi più eclatanti conducono a un fascicolo. Che ha vita breve, come per gli abusi di Sde Teiman

«Le prove raccolte non consentono che gli atti oggetto di indagine siano attribuiti a nessun soldato o cittadino. Di conseguenza, è stato deciso di chiudere il fascicolo investigativo». È una delle frasi più utilizzate nei verbali israeliani per liquidare le – poche – indagini su aggressioni, violenze sessuali, uccisioni di palestinesi.

Inchieste aperte solo nei casi in cui vi siano una particolare pressione internazionale, rivelazioni giornalistiche scioccanti, materiale video-fotografico che diffonda la gravità degli atti commessi. E che vengono avviate mesi o anni dopo i fatti, talvolta senza ascoltare i testimoni o quando le persone coinvolte risultano ormai irreperibili.

SONO CENTINAIA i casi che confermano l’esistenza di una procedura ricorrente, un meccanismo consolidato che finisce il 93,6% delle volte senza incriminazione. Nonostante l’apparato giudiziario, le indagini interne e i meccanismi formali di controllo siano serviti negli anni a gettare fumo negli occhi poco attenti dell’opinione pubblica mondiale, un sistema di occupazione non può essere, per sua natura, giusto né democratico.

È così che atrocità come quelle di Wadi Seeq restano senza colpevoli. Il 12 ottobre 2023 coloni e militari sequestrarono abitanti e attivisti israeliani. Per tre ore i palestinesi, spogliati, bendati e legati, furono picchiati, bruciati con sigarette e coperti di urina. Vi fu anche un tentativo di stupro con un oggetto. Nonostante testimonianze e fotografie, pochi giorni fa l’esercito ha archiviato l’inchiesta senza incriminazioni: non avrebbe identificato i militari, benché il comandante dell’unità e diversi soldati «che hanno preso parte all’incidente» siano stati sospesi.

A Khirbet Homsa fu persino peggio. Nella notte del 12 marzo 2026 decine di coloni spogliarono e picchiarono abitanti e attivisti internazionali. Un volontario statunitense assistette alla violenza sessuale su Suhaib Abualkebash, al quale furono strappate le mutande e strette fascette di plastica intorno al pene. Le donne furono costrette in ginocchio, picchiate e minacciate.

Lo Shin Bet arrestò 15 persone, oggi tutte libere e mai incriminate. Per Yinon Dardik, sospettato dell’abuso sessuale, chiese solo i domiciliari. Ha trascorso un mese in carcere non per l’attacco, ma per aver violato la misura, che pretendeva di scontare nel suo insediamento illegale. Il ministro della difesa Israel Katz e altri politici gli hanno portato solidarietà in prigione e un tribunale lo ha infine liberato.

VENT’ANNI DI DATI dell’organizzazione Yesh Din misurano il doppio binario della giustizia israeliana. Dal 2005 al 2025 appena il 6,7% dei casi di violenza dei coloni è arrivato in tribunale e solo il 3,4% ha prodotto una condanna, anche parziale. Quando l’imputato è palestinese, invece, i tribunali condannano nel 96% dei casi. Per i soldati, secondo l’Avvocatura militare meno dello 0,9% delle denunce porta a un’incriminazione.

Tra i casi più clamorosi, il processo chiuso contro i soldati accusati dello stupro di Sde Teiman, filmati durante l’aggressione a un prigioniero palestinese, lasciato in fin di vita con lesioni interne e lacerazioni rettali.

Anche a Gaza le incriminazioni sono un’eccezione. Action on Armed Violence ha ricostruito 52 episodi, costati oltre 1.300 morti e 1.880 feriti, sui quali l’esercito annunciò indagini tra ottobre 2023 e giugno 2025: uno solo ha prodotto una pena detentiva. Il 19 agosto l’esercito ha dichiarato di aver concluso la verifica preliminare di circa 150 casi, ma ha comunicato l’esito di appena cinque: due indagini penali e tre archiviazioni. Nulla sugli altri 145, che comprendono i massacri più sanguinosi, come i 118 morti della «strage della farina»; i 93 sfollati di Beit Lahia; i 59 palestinesi uccisi per gli aiuti a Khan Younis. Per tutte, Tel Aviv aveva promesso indagini «esaustive».

Archiviato, invece, il fascicolo sui sette operatori di World Central Kitchen, nonostante il riconoscimento di «gravi fallimenti». E nessuna incriminazione, infine, dalle 57 indagini penali sulle morti di palestinesi di Gaza nelle strutture di detenzione militari. Il sistema israeliano non nega i fatti: li filtra prima che raggiungano un giudice. Le verifiche operative sostituiscono le indagini penali, i ritardi dissolvono le prove, l’impossibilità di identificare il singolo protegge il gruppo e la catena di comando, la Corte suprema convalida l’archiviazione.

LO STESSO COPIONE si profila per l’omicidio di Hind Rajab, cinque anni appena, massacrata dai carri armati nell’auto in cui era già stata uccisa la sua famiglia. Dopo due anni di negazioni, depistaggi e menzogne, Tel Aviv ha annunciato che indagherà.

Per la Fondazione Hind Rajab, i fascicoli servono a simulare una giustizia capace di perseguire i militari, garantendone invece l’impunità, e potrebbero ostacolare i procedimenti davanti alla Corte penale internazionale e ai tribunali stranieri. Un precedente esiste. Nel 2009 il giudice spagnolo Fernando Andreu invocò la giurisdizione universale per indagare sulla bomba da una tonnellata che nel 2002 uccise a Gaza 14 civili, molti dei quali bambini.

L’Audencia Nacional archiviò però il caso, ritenendo che le indagini israeliane – giudicate insufficienti da Andreu – precludessero l’intervento spagnolo. Finì che Tel Aviv non aprì mai un procedimento penale: nessuna incriminazione, nessuna sanzione.

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