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Starmer, fallimento totale. Inseguendo la destra

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2306/2026

da Il manifesto

Mario Ricciardi

Una società divisa La quarta via si è rivelata una strada senza uscita. Starmer lascia la guida del partito, non ancora quella del governo. La successione a Downing street dovrebbe avvenire dopo l’estate, quando Andy Burnham può essere eletto capo del Labour

La quarta via si è rivelata una strada senza uscita. Starmer lascia la guida del partito, non ancora quella del governo. La successione a Downing street dovrebbe avvenire dopo l’estate, quando Andy Burnham può essere eletto capo del Labour.

Per gli standard della politica britannica si tratta di un periodo piuttosto lungo, dovuto a una procedura che prevede il coinvolgimento sia dei parlamentari sia degli affiliati e degli iscritti. Si tratta di un metodo che negli ultimi anni è stato messo in questione per via degli orientamenti contrapposti tra le diverse parti del corpo elettorale che possono emergere dal voto: una situazione che produce sia delegittimazione del leader sia disaffezione dei militanti (che stavolta potrebbero essere delusi da una soluzione che non si presenti come chiaramente discontinua rispetto a Starmer).

Proprio l’esperienza della precedente competizione per la leadership costituisce un precedente negativo. L’attuale primo ministro, infatti, si era candidato alla guida del partito su una piattaforma molto più a sinistra rispetto a quella che ha portato avanti una volta al governo. Questo voltafaccia (non il primo, e neppure l’ultimo) ha dato un contributo significativo alla crisi di credibilità cui i Laburisti sono andati incontro, che li ha visti perdere consenso, in modo sempre più marcato negli ultimi mesi, in seguito all’emersione di un’alternativa a sinistra rappresentata dai Verdi guidati da Zack Polanski.

La quarta via è apparsa una formula vuota, fatta di qualche misura blandamente socialdemocratica (alcuni interventi sui diritti dei lavoratori e degli affittuari, adeguamento del reddito minimo, inizio di un programma di nazionalizzazione di ferrovie e British Steel) incapace di imprimere la svolta che una parte consistente degli elettori laburisti si attendeva.

Nonostante i provvedimenti ricordati, alcuni dei quali sono poco più che annunci, le scelte di fondo di Starmer in politica economica sono state in sostanziale continuità con l’austerità dei governi precedenti, anche a fronte di una grave crisi di sostenibilità delle spese necessarie per mantenere un livello minimo di benessere per i meno abbienti. L’idea che la povertà sia una responsabilità individuale, non il risultato di ingiustizie strutturali, non è stata messa in discussione, e con essa quella che il privato sia sempre più efficiente del pubblico. Da qui l’ambiguità rispetto alla minaccia di una privatizzazione strisciante del sistema sanitario nazionale, e il sospetto crescente con cui alcuni settori dell’opinione pubblica hanno seguito la vicenda dell’accordo con Palantir per l’accesso ai dati sanitari dei cittadini britannici.

Come se tutto questo non bastasse, Starmer ha rinnegato ciò su cui aveva costruito la sua immagine pubblica: la propria esperienza come avvocato, rendendosi complice dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Medio oriente, e ordinando una massiccia repressione del dissenso che ha strumentalizzato il rischio dell’antisemitismo per perseguire anche gli ebrei che hanno partecipato numerosi alle proteste in difesa dei palestinesi.

Sul piano storico, Starmer può già vantare il primato di essere il leader Laburista che ha dato il maggiore contributo a erodere in maniera significativa la rule of law e che ha esposto consapevolmente il proprio partito e il governo di cui aveva la guida allo scandalo seguito alle rivelazioni sui rapporti tra Peter Mandelson e Jeffrey Epstein.

L’eredità che lascia come primo ministro è quella di una società civile ancora più divisa di quanto non fosse all’inizio del suo mandato. Con una destra xenofoba che il governo ha fatto poco per contrastare, e una parte consistente dell’opinione pubblica progressista che fatica a riconoscersi nel nazionalismo performativo che è diventato corrente tra i parlamentari laburisti e cui ha spesso fatto ricorso anche il primo ministro. Persino quei centristi che continuano a difenderlo, sono costretti ad ammettere che, anche sulla Brexit, dieci anni dopo una scelta che per molti versi si è rivelata disastrosa, Starmer è stato più nazionalista che europeista.

Non è chiaro se Andy Burnham sarà in grado di lenire le ferite, di comporre le divisioni interne al partito, e di recuperare i consensi persi a sinistra. Quello che è certo è che cercare di recuperarli inseguendo la destra, come ha costantemente fatto Starmer, si è rivelato un fallimento totale. Da cui i Laburisti potrebbero non riprendersi più. Burnham dovrebbe avere la forza di allontanarsi dalla parte peggiore di questa eredità starmeriana, ma dalle prime dichiarazioni circolate in queste ore c’è qualche dubbio che sia in grado, o che voglia, di farlo.

Un segnale poco incoraggiante, sotto questo punto di vista, è il sostegno che Burnham ha già ricevuto da Wes Streeting, Josh Simons e altre figure della destra del partito. Così come preoccupa il tentativo di parte della stampa di condizionare la scelta dei ministri del prossimo governo facendo riferimento alle reazioni dei mercati o di qualche imprenditore (spesso anonimo). Pare che la semplice ipotesi di Ed Miliband come responsabile dell’economia potrebbe innescare una catastrofe. Sottrarsi a questi condizionamenti sarebbe difficile anche per una persona dalle convinzioni saldissime, e non è detto che Burnham lo sia.

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