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Streets of Teheran, tra illusioni e speranze

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01/02/2026

da Il Manifesto

Albero Negri

Asia occidentale Non c’è solo un Iran: il regime è indebolito ma non in liquidazione, c’è chi diffida degli Usa e di Reza Pahlevi. Da un cambio poco cruento fino al crollo nel caos, gli scenari sono molti

Nelle strade di Minneapolis è sorta una nuova forma di resistenza all’Ice di Trump, in quelle di Teheran, dopo migliaia di morti, sperano che Trump li aiuti a fare crollare il regime instaurato con la rivoluzione del 1979. Gli ayatollah hanno fatto degli iraniani il popolo più filo americano della regione e forse c’è anche un Bruce Springsteen locale ma i blocchi ripetuti di internet e delle comunicazioni non l’hanno ancora portato sui nostri social.

Ma cosa accade davvero nelle strade di Teheran? Le manifestazioni, nate dalla protesta economica del Bazar poi diventata politica, dalle grandi città alle provincie, sono state stroncate da una macabra repressione, in queste ore il traffico è calato, gli iraniani hanno cambiato abitudini, rientrano a casa il prima possibile per non essere sorpresi dagli eventi e dagli arresti, in corso senza sosta: nell’aria, oltre al lutto e alla depressione per i morti, c’è la speranza ma anche il timore di un attacco americano portato dall’Armada di Trump nel Golfo, che non è qui certo in gita turistica.

Ma non c’è un solo Iran: il regime pur indebolito non è in liquidazione, l’opposizione non ha veri leader né una piattaforma comune ed è infiltrata, come scrive il Financial Times, da movimenti come il Mek i Mujaheddin Khalq, legati a Usa e Israele. C’è chi diffida di Trump ma anche dell’invocato (da alcuni) figlio dello Shah Reza Palhevi che avevano illuso gli iraniani di un aiuto quando sono stati spinti di nuovo in piazza e massacrati, c’è chi teme nuove ondate di repressione dei pasdaran, chi un crollo verticale dello stato e poi il caos.

Il potere della repubblica islamica, a parte le minacce e le mobilitazioni militari contro Trump e Israele, è già intervenuto. Il presidente Pezeshkian ha diramato l’ordine agli oltre 40 governatori delle provincie di saltare le procedure burocratiche per gli approvvigionamenti in caso di disarticolazione delle istituzioni centrali. È il segnale che il regime degli ayatollah prevede, come è avvenuto nella guerra dei “12 giorni” a giugno, che vengano colpiti i vertici di pasdaran e basiji. Un esempio tra i tanti: allora fu fatto fuori, insieme alle difese antiaeree, il capo dell’aviazione Amir Ali Hajzadeh, sostituito da Majid Mousavi. E furono raggiunti alcuni capi militari nelle abitazioni private o dei parenti. Segno che c’è una rete di spie nel Paese. Un vecchio amico iraniano, che fece anche la rivoluzione, mi disse un giorno: «Quando qui decidiamo qualche cosa che riguarda Israele, Israele è sempre seduta al nostro tavolo». A buon intenditore…

Masoud Khamenei, terzo figlio della Guida suprema, ha intanto preso in carico l’ufficio del gran capo e gestisce direttamente una somma di 500 milioni di dollari, in gran parte delle Fondazioni (Bonyad), di cui un centinaio si trovano in conti esteri. Il fatto che Bruxelles abbia inserito i pasdaran tra i gruppi terroristici può infastidire assai il regime: i soldi degli ayatollah non stanno solo a Mosca o Pechino, alleati di Teheran, e nelle casse delle milizie filo-sciite ma anche nei conti bancari a Londra e a Ginevra (dove finora si è guardato poco o nulla).

Così si moltiplicano gli scenari (in proposito leggere “L’Iran ai tempi di Trump” di Luciana Borsatti ex corrispondente Ansa da Teheran). Alcuni li ha esposti la Bbc. Il primo prevede attacchi mirati, vittime civili minime e una transizione verso la democrazia.

Una eventualità definita «estremamente ottimistica» in quanto gli interventi militari occidentali in Iraq e Libia hanno messo fine ai regimi ma li hanno poi sprofondati in anni di guerre civili, caos e terrorismo. In una seconda ipotesi della Bbc il regime di Teheran potrebbe sopravvivere ma le sue politiche diventerebbero in qualche modo più moderate.

Questa opzione è definita come «modello venezuelano». Ed è forse questa la soluzione cui lavora la mediazione del sultano turco Erdogan e in parte i Paesi del Golfo come sauditi ed Emirati che non hanno concesso il loro spazio aereo agli Usa. L’Iran dovrebbe rinunciare al nucleare e ai missili balistici, riducendo il suo sostegno alle milizie in Medio Oriente e allentando la repressione delle proteste.

La terza possibilità prevede il crollo del regime, sostituito da un governo militare. Si tratta dello scenario che molti analisti pensano possa essere «il più probabile». Nella confusione che seguirebbe a eventuali attacchi, è possibile che l’Iran finisca per essere sottoposto a un governo militare, composto da esponenti dei pasdaran. La quarta possibilità è quella di una reazione dell’Iran con attacchi alle forze americane, a Israele e ai Paesi vicini. Nel Golfo questa eventualità ha fatto salire il nervosismo a fior di pelle.

Un quinto scenario prevede la reazione dell’Iran tramite il posizionamento da parte di Teheran di mine nel Golfo e in particolare nello Stretto di Hormuz dove ogni anno passano circa il 20% delle esportazioni mondiali di gas liquefatto e il 25% del petrolio. Una mossa che avrebbe un impatto notevole al rialzo sulle quotazioni del barile.

L’ultimo scenario, definito «molto concreto» è quello del crollo del regime seguito dal caos. Questa sarebbe la soluzione che spaventa di più i Paesi vicini, dal Qatar all’Arabia Saudita agli Emirati. Nessuno sarebbe felice di vedere la nazione più grande della regione (93 milioni di abitanti su 1,6 milioni di kmq) sprofondare innescando una crisi umanitaria e di rifugiati, assai temuta pure dalla Turchia.

Ma proviamo a stare sulle certezze. La strategia di fondo Usa in Medio Oriente non cambia mai nei decenni e con ogni presidente: Israele deve restare unica superpotenza. Gli Stati uniti hanno appena varato una fornitura di armi a Israele da 6,7 miliardi di dollari, neppure un cent per Gaza dove Tel Aviv continua a uccidere i civili. Per l’Iran non è prevista la democrazia ma la disgregazione dello stato come in Iraq, Siria e Libia: Israele deve essere l’unica superpotenza dotata di atomica e dominante in ogni aspetto militare. Come dimostrano Gaza, il Venezuela o Cuba, dei popoli e della democrazia a Trump non importa nulla, se non a parole. Altro che valori comuni.

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