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Sulle sanzioni a Israele l'Europa ha deciso di non decidere

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Politica estera 

15/06/2026

da Avvenire

Gabriele Rosana, Bruxelles

Nessuna novità in vista della riunione dei ministri degli Esteri lunedì a Lussemburgo. Silenzio anche sulle ventilate restrizioni individuali per i ministri estremisti Ben-Gvir e Smotrich

Sulle sanzioni a Israele, governi e istituzioni dell’Ue decidono ancora una volta di non decidere. Alla riunione dei ministri degli Esteri in programma lunedì 15 giugno a Lussemburgo non si attendono novità rilevanti né sulla messa al bando totale del commercio con gli insediamenti illegali della Cisgiordania occupata, né sull’adozione delle restrizioni individuali nei confronti degli esponenti dell’estrema destra nazionalista del governo Netanyahu. Insomma, né Itamar Ben-Gvir (titolare della Sicurezza nazionale), nonostante i timidi segnali di fermezza registrati dopo il video in cui quest’ultimo irrideva gli attivisti della “Global Sumud Flotilla” sottoposti a trattamenti degradanti in Israele, né tantomeno Bezalez Smotrich (alle Finanze) saranno inclusi nella “lista nera” che comporta il divieto di ingresso nel territorio dell’Ue e il congelamento dei beni e delle risorse finanziarie nel territorio dell’Unione.

Negli incontri preparatori a Bruxelles, la parola d’ordine è “scambio”: i capi delle diplomazie dei Ventisette procederanno «a un ulteriore confronto sulla situazione critica in Libano nonché su Gaza e la Cisgiordania», si legge nell’agenda dei lavori, ma si fermeranno prima di passare ad azioni concrete. Manca la volontà politica, e con essa i numeri per approvare le sanzioni, che richiedono come d’abitudine l’unanimità dei governi (raggiunta appena un mese fa, dopo un lungo stallo, per la designazione di tre coloni violenti e quattro organizzazioni). Cominciamo da Ben-Gvir, visto che dopo il caso della Flotilla Smotrich è finito in secondo piano (evidenziando, rilevano fonti a conoscenza dei colloqui a porte chiuse, un doppio standard nelle posizioni delle capitali nazionali). Ad uscire allo scoperto, negli ultimi giorni, è stata la Repubblica Ceca: il ministro degli Esteri dell’esecutivo sovranista-populista di Praga, Petr Macinka, ha definito Ben-Gvir «una persona terribile», la cui condotta «ha davvero oltrepassato ogni limite», ma si è opposto con fermezza alle sanzioni perché «paradossalmente finiremmo per aiutarlo» in vista delle elezioni di fine ottobre, offrendogli il pretesto di «una cospirazione anti-sionista». Su una linea simile anche l’Ungheria, nonostante il nuovo corso targato Péter Magyar (finora era stato il suo predecessore, Viktor Orbán, a vanificare ogni sforzo di colpire i ministri estremisti), e pure la Slovenia potrebbe allinearsi, per via del ritorno al potere del nazionalista Janez Janša, rompendo con la postura filo-palestinese mantenuta in questi anni. Altri Paesi, tra cui Bulgaria e Austria - secondo quanto si apprende -, si sarebbero mostrati cauti, mentre la Germania, pur aprendo alla possibilità di sanzionare Ben-Gvir (ma non Smotrich), avrebbe posto la riserva in attesa di un confronto politico. Con misure indipendenti da quelle europee, sono state intanto Irlanda e Francia a interdire l’accesso al proprio territorio ai due ministri estremisti.

L’altro grande assente sul tavolo del Consiglio Affari esteri di Lussemburgo sarà, invece, il tema del commercio con gli insediamenti dei Territori Palestinesi occupati così come delle Alture del Golan, da ultimo rilanciato da un’iniziativa congiunta di Francia e Svezia, sostenuta tra gli altri da Spagna, Irlanda e Paesi Bassi. Per mettere al bando quanto arriva dalle colonie non occorre sospendere globalmente il capitolo commerciale dell’accordo di associazione Ue-Israele (una proposta che continua a non avere il sostegno necessario tra i governi): quanto viene prodotto al di fuori dei confini del 1967, infatti, non beneficia del trattamento di favore e della riduzione dei dazi riconosciuti globalmente a Israele.

Tali merci vanno, invece, etichettate chiaramente come originarie delle colonie, ma spesso - spiegano i sostenitori dell’iniziativa - vengono fraudolentemente indicate come provenienti da stabilimenti nel territorio di Israele così da eludere i controlli. Secondo uno studio del Global Echo Litigation Group, ad esempio, quasi il 20% delle importazioni alimentari vendute nell'Ue come israeliane proverrebbe in realtà dagli insediamenti illegali. Altre stime parlano di import dal valore di fino a 350 milioni di euro all’anno, dai datteri agli agrumi, dal vino ai cosmetici, su un totale di oltre 15 miliardi di importazioni da Israele). Numeri contenuti e che potrebbero essere meno scivolosi da gestire sul piano politico. Almeno 15 Stati membri su 27, Italia inclusa, si sarebbero detti disponibili a valutare una stretta contro gli insediamenti, spiegano fonti diplomatiche. Poco più della metà. Il motivo per cui la questione non è all’ordine del giorno, però, spiegano da più parti, va rintracciato stavolta non tanto nelle resistenze delle capitali nazionali quanto, semmai, a Bruxelles.

La Commissione europea - l’unica abilitata a prendere l’azione, stando ai Trattati - non ha ancora indicato né se né come intende muoversi. Il bivio è tecnico, ma le implicazioni sono politiche: se dovesse seguire la procedura classica delle sanzioni, allora servirebbe un’irrealistica unanimità tra i governi dei Ventisette. Se, al contrario - come sostengono il servizio legale del Consiglio e vari accademici -, si potesse trattare il dossier come una mera questione commerciale, basterebbe la maggioranza qualificata, cioè minimo 15 Paesi, in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione Ue. Tocca a Ursula von der Leyen e alla sua squadra sciogliere la riserva. Si vedrà se, come e quando.

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