03/03/2026
da il manifesto
Sarà lunga. Pesanti raid israelo-statunitensi sulla capitale e sul resto del paese: oltre 550 gli uccisi da sabato. Nel mirino anche scuole e ospedali
Il bilancio umanitario in Iran assume contorni drammatici nella terza giornata dell’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele. Le immagini che giungono dai centri urbani mostrano che il confine tra obiettivi militari e infrastrutture civili è tragicamente sfumato. L’episodio si è consumato nel sud del Paese, nella città di Minab. Secondo quanto confermato da fonti locali, è cresciuto il bilancio dell’attacco missilistico che sabato ha colpito in pieno una scuola elementare femminile: 165 bambine uccise e 96 ferite. L’Unicef ha espresso «profonda preoccupazione», definendo gli attacchi alle scuole una chiara violazione del diritto internazionale e parlando di un «momento pericoloso» per milioni di minori nella regione.

UNA PALESTRA a Lamerd, nella provincia di Fars, è stata colpita mentre i bambini svolgevano attività fisica: 35 vittime. E ieri Le bombe hanno tuonato pesantemente sulla capitale. Un violento raid contro la sede dell’emittente statale Irib, situata alla fine di via Alvandi, ha causato danni collaterali devastanti al vicino ospedale Gandhi. La struttura sanitaria e gli edifici residenziali circostanti sono stati gravemente danneggiati dalle esplosioni.
«Il centro è come un campo di battaglia. Interi isolati sono stati colpiti», dice Amir, giovane medico a Teheran in un fortuito contatto telefonico. La Mezzaluna rossa iraniana ha aggiornato il bilancio complessivo delle vittime a 555 morti in 131 città diverse dall’inizio dei bombardamenti il 28 febbraio. «È difficile capire quante sono le vittime, ma vedendo il disastro che c’è qui direi che sono molte di più. Anche i feriti sono tantissimi», urla Amir per farsi sentire.
IL PAESE È SPROFONDATO in un blackout totale di internet che dura da oltre 48 ore. Funzionano solo alcune «sim bianche» in possesso di giornalisti e medici. «Le esplosioni si sono propagate in tutta la città. Ho personalmente notizie certe di zone come Majidieh, Sohrevardi, Lavizan, Pasdaran, Marzdaran, Janat-Abad e Narmak. I palazzi colpiti si trovano tra i quartieri e, inevitabilmente, civili sono rimasti coinvolti. Molte strutture militari erano state evacuate, ma i danni agli edifici residenziali e alle infrastrutture circostanti sono stati ingenti», ci spiega Amir.
Anche il celebre Palazzo Golestan, patrimonio Unesco, ha riportato la rottura di vetrate storiche e il crollo di decorazioni a specchio nei soffitti di diverse sale. Si registrano lunghissime code alle stazioni di servizio e un esodo significativo verso i confini: molti iraniani hanno attraversato il valico di Kapiköy per cercare rifugio in Turchia. «Per ora non ci sono emergenze alimentari, anche se ci vuole coraggio a uscire di casa per procurarsene. Ma, se Dio vuole, finirà presto», chiude la conversazione Amir.
MENTRE IL PENTAGONO afferma di aver acquisito la «superiorità aerea locale» su punti strategici dell’Iran, la popolazione civile resta intrappolata in un conflitto che, secondo il segretario generale dell’Onu António Guterres, rischia di diventare una «escalation incontrollabile» per l’intero Medio Oriente. Teheran continua la sua controffensiva utilizzando missili balistici, ipersonici e droni. Oltre a centinaia di missili lanciati verso Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa, l’Iran ha bombardato infrastrutture nei paesi che ospitano basi statunitensi. Tra gli obiettivi figurano la base di Al-Dhafra e il porto di Jebel Ali negli Emirati, la base di Al-Udeid in Qatar e la base di Ali al Salem in Kuwait. In Kuwait sono stati confermati tre soldati americani uccisi. I droni iraniani hanno colpito la raffineria di Ras Tanura della Saudi Aramco in Arabia saudita, costringendo alla sospensione temporanea delle attività.
Teheran ha intimato a tutte le imbarcazioni di non transitare dallo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20% della fornitura globale di petrolio. Sono state colpite diverse navi commerciali, tra cui la petroliera Skylight, gravemente danneggiata. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha affermato ieri di aver colpito la petroliera Athe Nova collegata agli Stati uniti. Teheran sta usdo il controllo di Hormuz come arma di pressione economica globale: il greggio ieri ha registrato un’impennata, salendo a 80 dollari al barile, mentre gli analisti già pronosticano l’avvicinamento ai 100.
I politici iraniani sentono il pericolo che questa guerra potrebbe causare al paese, nonché il potenziale crollo del regime. Tuttavia, in assenza della leadership di Khamenei, sembra che il comando dei Guardiani della Rivoluzione riesca a condizionare fortemente la politica dell’establishment. Secondo alcuni analisti, la scelta di bombardare i paesi del Golfo Persico non è stata pienamente condivisa con la parte politica. Il pericolo che la conduzione della guerra cada in mano a personaggi con una visione apocalittica», che vedono questo conflitto come una battaglia all’ultimo sangue, non è affatto remoto. Sicuramente non possono prevalere sulla più grande armata del mondo, tuttavia possono causare danni irreparabili al paese.
SEMBRA CHE ALI LARIJANI, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, abbia dovuto smentire le notizie secondo cui i nuovi leader iraniani stiano cercando di negoziare con Washington. «Trump ha gettato la regione nel caos con le sue ‘fantasie deliranti’ e ora teme ulteriori perdite tra i soldati americani – ha scritto Larijani su X – L’Iran, a differenza degli Stati uniti, si è preparato per una lunga guerra».

