03/10/2026
da Il Manifesto
Mercati I Btp perdono terreno sui Bund tedeschi: ieri lo «scarto» è salito oltre i 130 punti. Salgono i tassi di interesse nel mercato globale, colpa della guerra ma anche delle big tech
Ieri è stato un venerdì di passione sui mercati obbligazionari. Il Treasury Usa decennale ha superato il 5,3%, il trentennale il 5,7%, ai massimi da 24 anni. Il Btp italiano decennale è salito al 4,7%, con lo spread fin sopra i 130 punti base, prima di declinare. In controtendenza il Bund tedesco, con rendimenti in calo. In Francia l’Oat ha sfiorato il 5%, in Giappone il decennale è arrivato al 3,11%, massimo da 30 anni. Nel corso della giornata, la tensione poi è un po’ calata con l’arrivo del dato sulla disoccupazione Usa a settembre, salita al 4,2%. Meno occupati, meno consumi e inflazione, quindi aspettative di tassi più stabili. La fame può far bene ai mercati. Nel capitalismo è così.
Il sell-off obbligazionario dura comunque da mesi. Gli investitori chiedono di più per finanziare gli Stati. Le ragioni sono almeno quattro: inflazione, shock energetico, deficit pubblici e tensioni geopolitiche. Sulle svendite di ieri, infatti, ha pesato molto la decisione di Washington di inviare verso il Golfo una terza portaerei, la Roosevelt, insieme a nuove navi da guerra e a 10 mila militari. Il timore è che l’escalation possa compromettere ulteriormente il traffico, già a singhiozzo, nello Stretto di Hormuz e provocare nuovi attacchi alle petroliere, dando fuoco al mercato dell’oro nero. E petrolio più caro significa inflazione importata. Più inflazione, a sua volta, significa politiche restrittive delle banche centrali, ovvero tassi più alti che finiscono per impattare sui rendimenti delle obbligazioni. Ma la guerra non è l’unico problema. Ci sono anche i debiti pubblici, cresciuti a dismisura in questi anni.
Quello Usa ha superato i 40 mila miliardi di dollari. Per finanziare le scadenze, Washington deve perciò continuare a collocare quantità enormi di Treasury, a fronte di un costo del denaro molto più alto del passato. Significa una crescita notevole della spesa per interessi (già intorno ai 1400 miliardi di dollari) e, con essa, del fabbisogno di nuovo debito. Per di più, il Tesoro americano non è più solo sul mercato. Le big tech stanno emettendo grandi quantità di obbligazioni per finanziare la corsa dell’AI, facendo concorrenza allo Stato. J.P. Morgan stima in circa 4.100 miliardi di dollari il debito destinato allo sviluppo del settore. Qualcosa come una volta e mezzo il debito pubblico italiano. Una spirale pericolosa. La domanda di denaro cresce su entrambi i fronti, ma sono i rendimenti a stabilire la direzione del capitale, in una corsa a chi offre di più. E i grandi fondi, decidendo dove allocare il capitale e dove ritirarlo, possono incidere sulla sostenibilità finanziaria di uno Stato. Anche di uno Stato come gli Usa, superpotenza che gode ancora del «privilegio» della propria moneta.
Il dato americano si riflette anche in Europa. I Treasury con rendimenti superiori al 5% diventano un concorrente per gli altri mercati obbligazionari, che devono offrire rendimenti più elevati per restare competitivi. Ma proprio qui emerge la differenza tra i diversi debiti cosiddetti «sovrani». Il Bund tedesco, nonostante tutto, continua a essere trattato come «porto sicuro». Mentre salgono i rendimenti dei Treasury, dei Btp e degli Oat, quello tedesco scende o cresce meno. Anche per questo lo spread italiano è salito: da un lato il tasso del Btp, che sale al 4,7%, dall’altro quello del Bund, che scende sotto il 3,5%. Per l’Italia il problema è pesante. Il rendimento del Btp al 4,7% aumenta il costo del rifinanziamento del debito. I titoli emessi negli anni dei tassi prossimi allo zero stanno arrivando a scadenza e devono essere sostituiti con emissioni molto più care. Nel 2027, titoli con cedole inferiori all’1% dovranno essere rifinanziati in un mercato dove i nuovi Btp potrebbero avere cedole vicine al 5%. Sul bilancio italiano pesa inoltre l’inflazione, salita al 4,2%, e pesa la procedura per deficit eccessivo. Meloni ha scritto a Bruxelles chiedendo «più flessibilità», ma la risposta di von der Leyen è stata netta: «Già dato».
Il governo prevede uno scostamento di 14 miliardi per energia e difesa. Ma si tratta di uno spazio circoscritto al riarmo e alla copertura dei costi della guerra, non di un via libera alla spesa in deficit per il welfare. Una compressione dello spazio fiscale proprio mentre servirebbero risorse per sostenere i ceti popolari e gli investimenti.

