24/01/2026
da Il manifesto
Affinità elettive Il vertice tra Meloni e Merz a Roma certifica l’intesa tra Roma e Berlino, nel nome della semplificazione Ue e del dialogo con Washington
«Definire “speciale” la relazione tra Italia e Germania è riduttivo»: Giorgia Meloni aspetta di trovarsi di fronte al Forum imprenditoriale italo-tedesco, dopo la conferenza stampa a braccetto con il cancelliere Merz, per chiarire il senso del mega vertice di ieri a Roma: 12 ministri in campo per l’Italia, 11 tedeschi, un vertice politico a Villa Pamphili, l’economia al Forum dell’Hotel Parco dei Principi. In conferenza stampa a chi chiedeva se l’Italia avesse sostituito la Francia come partner privilegiato di Berlino, la premier aveva risposto infastidita: «Non è il momento per gli infantilismi». Il cancelliere diplomatico: «Non ci sono gerarchie nei nostri rapporti».
Al Forum invece Meloni risponde, pur se in forma implicita: «Questo vertice non è stato pensato semplicemente per fare il punto sullo stato delle nostre relazioni bilaterali, ma per interrogarci su come Italia e Germania possano dare alle loro relazioni e all’Europa la spinta che serve per tornare a guardare con fiducia un futuro di stabilità, crescita, benessere». Cioè su come il nuovo asse tenuto a battesimo ieri, con Merz impegnato a esaltare l’amore del nume Goethe per il Belpaese, possa guidare l’Europa.
LA RISPOSTA, per quanto riguarda il malfunzionamento dell’Unione, è contenuta nell’ultimo dei tre documenti partoriti dal vertice: il Piano d’azione per la cooperazione strategica, l’Accordo su sicurezza e difesa ma soprattutto il «non paper» comune che sarà presentato nella riunione informale del Consiglio europeo del 12 febbraio. Evidenzia i problemi da risolvere, propone misure drastiche ed emergenziali per farlo: «Semplificazione e taglio della burocrazia europea, rafforzamento del mercato unico, rilancio dell’industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica, politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizioni».
IL «NON PAPER» è filiazione diretta dei rapporti presentati l’anno scorso da Mario Draghi, sulla competitività, e da Enrico Letta, sul mercato. Non a caso Merz li vorrebbe entrambi invitati al summit del 12. La parola magica è «semplificazione». Disboscamento col machete delle regole burocratiche, velocizzazione dei processi decisionali, competitività come stella polare. Anche per quanto riguarda le armi. «Dobbiamo fare di più per difenderci ma anche semplificare e ridurre il numero dei sistemi che usiamo nell’Unione». Così anche i costi del riarmo sarebbero abbattuti.
MA L’ECONOMIA e la decisione di sostenere in tandem i comuni interessi, automotive in testa, rappresentano solo metà del pacchetto che lega oggi Berlino e Roma. L’altra metà si chiama Donald Trump. Nello spettro europeo Merz e a maggior ragione Meloni sono le colombe. Sulla Groenlandia la premier italiana si ripete: nessuna possibilità di accettare annessioni però «il problema che Trump pone sull’Artico, con l’importanza strategica che quell’area ha assunto, è reale». Bisogna affrontarlo però non con lo sfoggio muscolare di Macron ma con la Nato. Merz è più bellicoso: «Siamo pronti a difenderci: lo abbiamo dimostrato questa settimana, se è necessario siamo in grado di convocare un Consiglio europeo straordinario».
Però il gran tessitore dell’appeasement Nato è stato proprio lui e sulla necessità di evitare la guerra commerciale la pensa come la premier italiana. Anche perché i Paesi che più esportano oltre Atlantico e più avrebbero da perdere con la guerra sono quelli che loro guidano.
SUL BOARD OF PEACE le colombe d’Europa volano appaiate. Apertura, interesse, però lo Statuto fa a pugni con le Costituzioni di entrambi i Paesi. Certo se Trump accetterà di rivederlo, come da già inoltrata richiesta, se ne dovrà riparlare. Alla domanda provocatoria sul Nobel per la pace tanto agognato dal tycoon Meloni risponde infastidita: «Non sono domande serie. Comunque saremo tutti felici di candidare Trump se riuscirà a portare la pace in Ucraina». Merz si associa: «Non avrei saputo dirlo meglio».
Se mancava ancora qualcosa per cementare la coppia felice, arriva il Mercosur. Merz schiuma rabbia e ringrazia Meloni per il semaforo verde finale. Nessuno dei due risponde a chi chiede se la Commissione debba trovare una via per aggirare il voto del Parlamento europeo che rinvia l’entrata in vigore di un paio d’anni. Ma si vede che entrambi, soprattutto Merz, ci metterebbero la firma di corsa.
La coreografia nella giornata di ieri aveva il suo ruolo: era propria non di un semplice vertice ma di nozze sfarzose. Nel nome di Draghi e un bel po’ anche di Trump.

