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Tra urne e piazza, un protagonismo che non delega

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27/03/2026

da Il Manifesto

Carlotta Cossutta

No Kings Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita

Il 3 aprile 1964 Malcolm X pronuncia il discorso passato alla storia come The ballot or the bullet in cui pone le basi del nazionalismo nero ma si interroga anche sul rapporto tra rivolte sociali e schede elettorali, sulle lotte per i diritti che vengono sempre tradite nelle logiche parlamentari.

Malcolm X afferma che «è tempo di diventare più maturi politicamente e di capire a che cosa serve la scheda, di capire che cosa abbiamo diritto di ottenere quando esprimiamo il nostro voto».

Senza fare paragoni impropri, possiamo dire che il voto al referendum ha mostrato questa maturità politica. In questi giorni è stato spesso interpretato come un punto di partenza ma è anche un punto di arrivo. Può essere interpretato allo stesso tempo come un voto di protesta e un voto di posizione, come l’apertura di uno spazio di possibilità e cambiamento ma anche come l’esito di una trasformazione già in atto che ha scelto di capire «a cosa serve la scheda», non in assoluto, ma qui e ora.

Se è vero che non siamo all’indomani di una rivolta, non è però un caso che a trainare il voto del no siano state le donne e i giovani, che in questi anni si sono allenate alla pratica della disobbedienza volontaria. Se da un lato, infatti, in questi ultimi anni abbiamo visto costantemente calare la partecipazione alle forme tradizionali della politica, dal voto alle iscrizioni ai partiti, abbiamo anche visto il radicarsi di movimenti e forme di lotta che sceglievano altre strade, impreviste e imprevedibili. È stato questo il caso di Fridays for future, per esempio, o delle mobilitazioni globali di Non una di meno, o delle accampate per la Palestina che si sono susseguite nelle università e nei cortei che le hanno seguite. Forme di mobilitazione che molto spesso non sono state viste o ascoltate dalla politica tradizionale, ancorata a lessici, culture e forme della partecipazione incapaci di leggere le nuove articolazioni dei bisogni e le priorità di soggetti esclusi dalla rappresentazione classica della sfera pubblica.

Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita. Da un lato, infatti, la catastrofe climatica e il proliferare delle guerre impediscono di immaginare un futuro, messo a rischio anche dal susseguirsi di crisi economiche e di precarizzazione e impoverimento del lavoro portato avanti anche da forze politiche progressiste. Dall’alto lato le forme autoritarie del potere agiscono in nome del decoro per riportare ogni forma di vita dentro l’alveo della famiglia tradizionale e del rispetto dell’ordine, indifferenti ai desideri e alle condizioni materiali che rendono quell’ordine solo un altro nome per l’oppressione e l’esclusione.

Il no di questo referendum si configura, così, non tanto come una conservazione dell’esistente, una pura, nobile, difesa della Costituzione, ma assume il senso di una presa di posizione, con ogni mezzo necessario, volta a rifiutare le trasformazioni in atto nella società. Non si tratta in questo senso di una riscoperta della partecipazione elettorale o della dimensione del voto, ma dell’utilizzo della possibilità di votare per esprimere non solo un’opinione, ma anche una volontà. Ed è rilevante, perciò, che il primo sabato dopo questa vittoria sia già il sabato No Kings: una mobilitazione di piazza in questo caso non contrapposta al voto ma parte di quel processo che ha reso possibile questo voto, inserendolo in una riflessione più ampia contro la guerra e l’autoritarismo.

Certo, può suonare strano legare il no a un referendum presentato come un freno alla magistratura a movimenti che sono in questi stessi giorni sottoposti a una dura repressione (penso alle misure cautelari contro chi ha partecipato alle mobilitazioni milanesi per la Palestina il 22 settembre) o che, come il movimento transfemminista, sanno benissimo quanto le aule dei tribunali siano spesso il luogo di nuove forme di violenza. Eppure, sta proprio in questa contraddizione la possibilità di riconoscere che i contenuti dell’opposizione al governo che il voto esprime sono già qui, costruiti nelle piazze e nelle mobilitazioni di questi anni. Forse non hanno avuto effetti diretti nelle aule parlamentari ma hanno saputo costruire saperi e pratiche in difesa della Costituzione che sanno vedere quanto ancora sia poco applicata. A partire proprio dal rifiuto della guerra e delle forme autoritarie del potere.

«A questo punto che cosa ci resta da fare?» torna a chiederci Malcolm X. «Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati». Anche oggi, in tutt’altra situazione, abbiamo bisogno di ricostruire un “noi” nutrito dalla partecipazione alle lotte politiche che ci hanno portato fin qui, ma capace di eccederle. Le prossime mobilitazioni possono essere un passaggio di questo percorso.

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