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Transfemministe nelle piazze al grido: «demilitarizzazione»

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8 MARZO. Oggi cortei in varie città per ribadire un modello di sicurezza opposto a quello del governo: «Case, welfare e lavoro per tutte»

La piattaforma per lo sciopero dell’8 marzo pone il movimento transfemminista all’avanguardia rispetto ai temi dell’agenda nazionale e internazionale. Quanti pensavano che, dopo i grandissimi numeri della manifestazione a seguito del femmicidio di Giulia Cecchettin, ci sarebbe stato un riflusso in termini di partecipazione sono stati smentiti. I cortei femministi successivi e le manifestazioni sempre più corpose e capillari in tutte le regioni, sono stati subissati dalle critiche strumentali della destra per la presenza delle bandiere palestinesi e per gli atti dimostrativi alle vetrine dell’associazione integralista Pro Vita, invitando surrettiziamente le donne a occuparsi solo di questioni di genere nazionali, quindi tutto sommato “domestiche”.

IL DOCUMENTO per la partecipazione allo sciopero transfemminista di oggi, invece, vuole affermare la sicurezza delle persone ma declinata in modo opposto a quello di ordine, controllo, repressione e punizione imposto dalle destre reazionarie e patriarcali. A partire dalla parola d’ordine che quest’anno è «demilitarizzazione»: «L’escalation bellica esponenziale – si legge nel testo della rete Non Una di Meno – è l’orribile realtà nelle vite di milioni di persone: dal genocidio a Gaza e in Cisgiordania, al confine russo-ucraino, in Congo e Sudan. Non vogliamo essere anestetizzate, sopraffatte, manipolate da ciò che succede nel mondo. Perché la guerra, sostenuta da governi autoritari, da politiche nazionaliste e fondamentalismi, regola il sistema economico per garantire profitti e potere facendo pagare i costi in termini di vite e povertà alla maggioranza della popolazione sfruttata e divisa». Naturale, di conseguenza, la richiesta di rompere gli accordi italo-libici e chiudere i Cpr in Italia e in Albania.

LO SCIOPERO sarà anche contro il governo Meloni che con il ddl Sicurezza «esaspera norme di segregazione e punizione della povertà e di criminalizzazione del dissenso», contro l’istituzione delle zone rosse e contro il modello Caivano. Al panpenalismo meloniano le trasfemministe oppongono l’incremento dei servizi sociali, l’educazione alla sessualità, il diritto alla salute, all’autodeterminazione e all’aborto, il finanziamento di veri percorsi di autonomia e fuoriuscita dalle relazioni violente, il piano casa, il lavoro sicuro e retribuito. «È assodato che femminicidi, transcidi, lesbicidi e violenze accadono innanzitutto nelle relazioni di intimità e nei contesti parentali: continuando a fomentare razzismo e odio di genere, e militarizzando le città, il governo gioca col fuoco».

LE MISURE annunciate ieri in consiglio dei ministri proprio per l’8 marzo, oltre a rivelare l’ennesima operazione di propaganda sui femmicidi, risultano risibili rispetto alla condizione delle donne italiane. La ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone, ha dichiarato che attraverso l’assegno di inclusione (pallido sostituto del reddito di cittadinanza) in un anno è stata data protezione ad appena 3.516 donne. La sua collega all’Università, Anna Maria Bernini, ha aggiunto di aver stanziato 8,5 milioni per gli sportelli antiviolenza e di sostegno psicologico negli atenei. Mercoledì scorso è stato anche annunciato l’aumento del cosiddetto reddito di libertà (destinato alle donne che devono uscire da un contesto abusante) di 100 euro, per un totale di 500 euro al mese. Un attivismo governativo che come al solito si presenta quando c’è una ricorrenza o un fatto di cronaca, ma che non riesce a incidere perché vede la donna solo in quanto madre e perché inserito di soppiatto in un contesto di totale definanziamento dei servizi sociali. «Nonostante l’aumento, sono ancora troppo pochi i fondi – ha dichiarato Antonella Veltri, presidente della rete dei centri antiviolenza Di.Re. – sono stati stanziati 10 milioni all’anno per il triennio 2024-26: in media, poco più di 1.600 donne all’anno possono accedere al contributo. Il ritardo della misura lascia le donne in un’eterna incertezza. Lo Stato non è in grado di sostenere le donne che affrontano i loro faticosi percorsi di uscita dalla violenza». Peraltro il reddito di libertà non è ancora attivo in tutte le regioni. Nel Lazio, guidato dall’ex missino Francesco Rocca, ad esempio, il bando per farne richiesta non è ancora stato pubblicato nonostante lo stanziamento.

LA FIOM CGIL ha versato 3.175 ore di retribuzione di metalmeccaniche e metalmeccanici al centro antiviolenza di Reggio Emilia: «Non ci vogliamo sostituire al ruolo dello stato, le risorse che abbiamo messo sono un elemento di denuncia della mancanza di sostegno del governo alla rete» dichiara Michele Di Palma, segretario generale della Fiom, che ha anche insistito sul ruolo fondamentale della contrattazione per consentire almeno trattamenti economici e diritti adeguati. L’ong Terre des Hommes ha pubblicato un rapporto: il 78% delle ragazze teme di subire violenza in amore e in famiglia e il 56% ha paura che limitazioni maschiliste possano ostacolare la propria carriera. La quasi totalità delle intervistate (il 95%) ritiene che l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole sia fondamentale per limitare la violenza di genere. Invece all’Istruzione c’è il ministro leghista Valditara che insiste su patria e bibbia, il suo partito denuncia la «teoria gender» dappertutto.

AMNESTY International Italia ha rilanciato l’appello alle istituzioni affinché venga modificato l’articolo 609bis del codice penale in materia di stupro introducendo l’obbligo del consenso: «Bisogna mettere da parte una legge obsoleta, riconoscendo che il sesso senza consenso è stupro: solo così si potrà procedere per contrastare la violenza sessuale e migliorare l’accesso alla giustizia».

08/03/2025

da Il Manifesto

Luciana Cimino

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