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Tregua di 10 giorni in Libano. Ma Israele non intende ritirarsi

Tregua di 10 giorni in Libano. Ma Israele non intende ritirarsi

Politica estera

17/04/2026

da Il Manifesto

Pasquale Porciello

L'ultimo ponte Il cessate il fuoco annunciato da Trump. Nelle ore precedenti Tel Aviv ha bombardato senza sosta. E conferma: restiamo qui

È entrato in vigore a mezzanotte ora locale il cessate il fuoco in Libano. Ad annunciarlo il presidente degli Stati uniti Donald Trump su X ieri sera alle sette (in Libano). «Ho avuto un’eccellente conversazione con lo stimatissimo presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu. I due leader si sono messi d’accordo sul raggiungimento della PACE tra i due paesi, cominceranno formalmente un CESSATE IL FUOCO di 10 giorni», ha scritto Trump, senza mai nominare Hezbollah nel messaggio che ha quindi chiuso attribuendosi la «risoluzione di nove guerre nel mondo, e questa sarà la decima».

Dopo l’annuncio, Trump ha detto di voler invitare Aoun e Netanyahu alla Casa bianca per «il primo negoziato sensato dal 1983», senza specificare però una data. Poco prima delle 7, Trump aveva annunciato che i due si sarebbero parlati senza intermediari ieri in serata, ma la presidenza libanese aveva prontamente smentito. «Abbiamo un’opportunità storica di concludere un accordo con il Libano. (…) La nostra principale esigenza è che Hezbollah sia smantellato», ha in serata dichiarato Netanyahu, che ha chiarito ogni dubbio su un’eventuale ritiro dal sud del Libano: «Dove siamo, resteremo!».

IL CESSATE IL FUOCO è stato salutato con gioia da più parti. Il presidente francese Macron, che ha in varie occasioni provato a togliere il pallino della mediazione dalle mani di Trump, ha definito la notizia «ottima», mentre Ursula von der Layen ha ribadito che «l’Europa continuerà a chiedere il pieno rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano», senza specificare a chi lo chiederà. Tel Aviv ha più volte sottolineato la sua esigenza di creare una «zona tampone» nel sud del Libano, mentre alcuni suoi ministri come Cohen e Smotrich hanno avanzato la proposta di annettere a Israele l’area che va dal confine al fiume Litani, a una ventina di chilometri dalla frontiera.

Intanto la distruzione sistematica di interi villaggi è una pratica che va avanti dall’8 ottobre 2023 quando la guerra è cominciata e mai finita, nonostante la tregua sancita tra Hezbollah e Israele il 27 novembre 2024. Da allora infatti, Unifil e altre agenzie internazionali hanno contato oltre 15mila violazioni di Israele in Libano fino al 2 marzo. Il cessate il fuoco arriva dopo 46 giorni di guerra nei quali in Libano l’esercito israeliano ha ucciso almeno 2.200 persone e ne ha ferite oltre 7mila. Tra i morti, un centinaio sono operatori sanitari, spesso uccisi con la tecnica del double o triple-tap, un doppio o triplo bombardamento a distanza temporale ravvicinata, pensato per colpire i soccorritori accorsi dopo il primo bombardamento. Almeno setti i giornalisti e gli operatori in servizio uccisi da Israele.

NON C’È ARIA di festeggiamenti in giro a Beirut e in Libano. C’è chi dice che Hezbollah, escluso da ogni trattativa, non starà ai patti tra Beirut e Tel Aviv: «Ricominceranno, come hanno ricominciato il 2 marzo», dice Sam K., cristiano del quartiere popolare di Rmeil, fortino del Kataeb e delle Forze libanesi, i due partiti dell’ultradestra cristiana, nemici storici di Hezbollah. Ma anche loro, che all’inizio della guerra nel 2023 avevano sperato nella disfatta di Hezbollah per mano israeliana, sanno benissimo di non potersi fidare di Israele: «Non siamo a favore di Hezbollah, questo è chiaro. Ma non siamo nemmeno a favore di Israele», conclude.

L’ESERCITO ISRAELIANO sta calpestando con gli anfibi militari la terra libanese sotto al fiume Litani e al momento non ha nessuna intenzione di ritirarsi. «Tregua, riposo del soldato. Com’è stato a Gaza. Niente di diverso», il commento amaro e stringato di Charbel M., cristiano anche lui, ma lontano dal mondo della destra. «Qua nessuno vuole la guerra (civile ndr), né noi, né i drusi, né i sunniti. Ma con un milione e mezzo di sfollati, se non potranno tornare nel sud, non sarà semplice convivere per lungo tempo», dice Hana, sunnita di Beirut, mentre rimarca il precario equilibrio tra le comunità.

Hezbollah chiede che le truppe israeliane non abbiano libertà di movimento in Libano durante il cessate il fuoco e che la loro presenza conferma «il diritto a resistere» del popolo libanese. «Una possibile tregua sarà frutto dello sforzo diplomatico iraniano», aveva dichiarato il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, prima dell’annuncio di Trump.

IL PRESIDENTE del parlamento e capo di Amal, altro partito sciita e alleato di Hezbollah, Nabih Berri invita alla massima prudenza gli abitanti del sud «prima di fare ritorno a casa, finché la situazione e gli sviluppi saranno più chiari».

Com’era prevedibile, nelle cinque ore tra l’annuncio del cessate il fuoco e la sua messa in atto, Israele ha bombardato con una violenza immane il sud del Libano e la Beqa’a, a est. Nel pomeriggio, quando il cessate il fuoco era nell’aria, l’esercito israeliano ha bombardato per l’ennesima volta il ponte a Qasmiyeh, che collega Tiro al resto del Libano, isolando definitivamente tutta la zona sotto al Litani dal resto del paese, in un attacco dal fortissimo valore simbolico. Anche Hezbollah ha approfittato delle ultime ore prima della tregua per colpire. In serata il Partito di Dio ha infatti rivendicato svariati lanci di missili sul nord di Israele.

«È MOLTO ENTUSIASMANTE. (…) Il Libano incontrerà Israele, molto probabilmente alla Casa Bianca fra due settimane», ha affermato Trump in serata. Un entusiasmo che però in un Libano martoriato, per le strade deserte di una Beirut colpita e offesa, nessuno, a favore o contro Hezbollah, condivide.

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