19/06/2026
da Il Manifesto
Asia occidentale «Il leader siriano domerà Hezbollah» Per il tycoon la regione è solo un insieme di pedine e sottoposti. Scorda la storia di occupazione del Libano. E manda un avvertimento a Netanyahu
Quando Trump dice che il leader siriano Ahmad Sharaa «sta facendo un lavoro straordinario» e che, se Israele non riesce a sconfiggere Hezbollah, «la Siria farà il lavoro», riporta in superficie l’antica grammatica del patrono che parla del cliente come di un uomo messo lì per fare ciò che gli viene chiesto. Senza mezzi termini, Trump descrive Sharaa come un investimento politico americano, con la Turchia sullo sfondo.
Damasco appare come una società rilevata dopo un fallimento e affidata a un amministratore abbastanza spregiudicato, «non certo uno stinco di santo». E l’amministratore deve rendersi utile. Punto. Cambiano i contratti, le conferenze stampa e il lessico della «stabilizzazione», resta l’idea che i territori a est del Mediterraneo, quelli tra Turchia, Iran e Israele, siano scacchiere dove i pezzi locali valgono quando possono essere mossi contro altri pezzi locali. Trump dice in maniera esplicita ciò che la diplomazia tradizionale copre da almeno due secoli con frasi sul «diritto di autodeterminazione dei popoli», la «stabilità» e la «protezione delle minoranze».
IL PRESIDENTE americano poi definisce Hezbollah una «spina nel fianco» da neutralizzare perché non disturbi il dossier iraniano. In questo senso, il Libano conta quanto basta a non far saltare l’intesa con Teheran. E Beirut va protetta perché legata al memorandum con l’Iran. Il sud del paese, con le sue campagne svuotate, le sue cittadine distrutte, le sue comunità sfollate, diventa un costo di transazione.
C’è poi la memoria del sangue, che non si cancella con un ordine di servizio. È una memoria stratificata. Il primo livello è quello di ieri: Sharaa viene dal mondo qaedista siriano e da una guerra in cui Hezbollah ha combattuto per anni a fianco del regime degli Asad contro formazioni ribelli e jihadiste. Il secondo livello è quello dell’altro ieri: in Libano l’idea di vedere truppe siriane entrare di nuovo nel paese apre l’archivio della «tutela siriana» tra il 1976 e il 2005, con occupazione, apparati, prigioni, assassinii politici e umiliazioni quotidiane. Pensare che questo passato possa essere riattivato contro Hezbollah significa non sapere, o fingere di non sapere, dove si stia mettendo mano.
Sul piano militare, l’ipotesi è quasi grottesca. Il potere di Sharaa a Damasco resta un «consorzio di milizie», per usare la formula dell’analista siriano Anas Joude, ben lontano da uno Stato ricomposto. Tiene insieme comandi, ex ribelli, apparati riadattati, interessi locali, protezioni turche e garanzie americane, assieme a faccendieri riabilitati dopo aver fatto fortuna sotto Asad, mentre il malcontento socio-economico viene lasciato sfogare contro presunti «residui» del regime, alawiti e simili, loro familiari, interi quartieri e cittadine.
In questo, il «nuovo» esercito siriano, che dovrebbe somigliare a una succursale delle forze armate turche, non dispone della forza politica per aprire un fronte libanese, né della capacità militare per fare ciò che Israele non riesce a fare senza distruggere interi pezzi di Libano. Cosa dovrebbero fare gli ascari siriani filo-turchi? Superare l’Antilibano, entrare nella Beqaa, combattere Hezbollah nei suoi spazi sociali e militari, sotto lo sguardo dell’esercito libanese, dell’Iran, di Israele e, appunto, della Turchia?
LA DICHIARAZIONE di Trump appare in realtà un messaggio politico. A Netanyahu dice che Israele non sta «finendo il lavoro», che la guerra in Libano dura troppo, uccide troppi civili e rischia di rovinare il quadro negoziale con l’Iran. Quando gli chiede un tocco più morbido, Trump mette un limite, almeno verbale, all’azione israeliana. Israele resta partner essenziale, ma partner minore rispetto alla potenza che intende decidere il perimetro diplomatico.
Anche perché il Libano è il luogo dove il negoziato può rompersi. L’Iran lo ha capito e ha tenuto il timone. Ha insistito perché il Libano fosse incluso nella cornice dell’intesa con Washington, perché Hezbollah restasse dentro la partita e perché la pressione israeliana non cancellasse l’ultimo grande aggancio iraniano sul Mediterraneo.
Trump ha accettato perché il suo obiettivo è portare a casa l’accordo con Teheran. Se il prezzo è lasciare il Libano in una sospensione armata, con Hezbollah ancora presente, Israele ancora nel sud e Damasco incaricata a parole di un compito che non svolgerà, quel prezzo può apparire accettabile. Sharaa non muoverà un dito contro Hezbollah in Libano. Conosce il limite del proprio potere e sa che una guerra libanese gli esploderebbe addosso, dentro la Siria e attorno alla Siria, mettendo a rischio il rapporto con Ankara.
LA TURCHIA, l’altro attore nominato da Trump, non ha alcun interesse a sacrificare il proprio investimento siriano per fare un favore strategico a Israele. Ankara e Israele si toccano in Siria, si osservano, si misurano, si ostacolano, e nessuna delle due potenze ha oggi interesse a uno scontro diretto.
Resta il quadro reale, che potrebbe sopravvivere al mandato di Trump: Hezbollah rimane agganciato alla sfera iraniana, che ha perso profondità in Siria ma ha conservato il Mediterraneo; Sharaa rimane dentro la sfera turca e sotto cornice americana, utile a Washington come prova vivente che anche un ex qaedista può diventare cliente se cambia abito, lessico e sponsor; Israele continua a spingere in Libano e in Siria, e trasforma il sud del paese in una zona compressa, amministrata dalla paura. L’equazione negoziale di queste ore chiede a Israele di non colpire Beirut, di non far saltare l’accordo con l’Iran. E di rendere meno visibile ciò che accade più a sud.
In questo quadro il prossimo negoziato israeliano-libanese, previsto lunedì a Washington, rischia di certificare l’amputazione del Libano: il sud sotto presenza militare israeliana, Hezbollah contenuto ma non sconfitto, esercito regolare chiamato a coprire una normalità inesistente e la vicina Siria affidata a un potere-cliente di Stati uniti e Turchia, di certo non intenzionato a fermare l’avanzata di Israele a due passi da Damasco.

