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Trump alle corde, come un pugile suonato

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Politica estera

13/05/2026

da Remocontro

Piero Orteca

La sensazione attuale che dà il Presidente degli Stati Uniti è quella di un boxeur intontito da una gragnuola di pugni. Tra i diretti, i ganci e gli uppercut che lo hanno fatto traballare, spiccano le devastanti conseguenze della guerra all’Iran. L’ultima è arrivata ieri, col record dell’inflazione. Mentre la Cia rivela che, a fronte di questi danni collaterali, gli Usa hanno solo fatto un buco nell’acqua.

Il peggio deve ancora arrivare

Il prezzo della benzina negli Stati Uniti corre e si trascina appresso, come una locomotiva senza freni, tutti gli altri. L’inflazione, avverte con un eclatante titolo di apertura il Wall Street Journal, ad aprile è schizzata fino al 3,8%. Di questo passo, dicono gli analisti, o si tirano le manovelle d’emergenza o l’economia del Paese comincerà a deragliare. “L’aumento è stato il più consistente degli ultimi tre anni risentendo della guerra con l’Iran – sostiene il Journal – rendendo di fatto impossibili, almeno per il momento, ulteriori tagli dei tassi da parte della Federal Reserve”. Questo significa che, per la proprietà transitiva (e per l’effetto-domino sui mercati) rischieranno di finire rovinosamente fuori dai binari anche i sistemi produttivi e finanziari del resto del pianeta. Trump, dunque, per andare dietro alle foie messianiche (e personali) di Netanyahu, si è politicamente suicidato con le sue stesse mani, prendendo a calci un nido di vespe infuriate come l’Iran. Si è ficcato in un roveto dal quale, semplicemente, non sa più come uscire fuori, se non pieno di ecchimosi e sfregi (solo politici, per ora). Il problema per lui (e per noi che, obtorto collo, in qualche modo dipendiamo sempre dall’America) è che pare sia entrato in una fase di “dissonanza cognitiva” sull’Iran e sulle ripercussioni della guerra che ha scatenato. Ci spieghiamo. Il tempo non lavora per lui e per il resto della compagnia (a partire dall’Occidente), perché a Teheran hanno scelto una strategia di “logoramento”. Pensano che possa dettare meglio le sue condizioni chi resiste di più ai deleteri effetti collaterali dello scontro.

Calcoli sbagliati

L’Iran è un osso duro ed è stato abbondantemente sottovalutato. Sembra che sia mancata (ma questa è una storia che dovrà essere chiarita a bocce ferme, in futuro) il giusto coordinamento tra l’Intelligence e la sfera politica, sia in Israele che negli Usa. Bene, non bisogna però essere “strategist” per accorgersi di un fatto evidente: nelle ultime settimane, la ripetuta volontà di Trump, di arrivare a un accordo con gli ayatollah, è visibilmente diventata una specie di ansia da stress. È chiaro che lancia offerte, miscelate con terribili ultimatum, sistematicamente “riadattate” per renderle più accettabili. La fretta gli viene dalle pressioni (gigantesche) che gli arrivano, nell’ordine: da oltre la metà del Partito repubblicano, da una buona parte dei suoi ricchi finanziatori, dalla galassia variegata dell’imprenditoria (di ogni dimensione) e, soprattutto, dall’elettorato, che gli sta girando clamorosamente le spalle. Perché, come abbiamo ripetuto più volte, i Presidenti americani vivono di sondaggi. È la prima cosa che scrutano tutte le mattine: e quelli che riguardano Trump, in questo momento, sono catastrofici. L’analisi di RealClearPolitics, che è la media ponderata di almeno una ventina di istituti di rilevazione, dice senza ombra di dubbio che i Repubblicani hanno già perso le elezioni di Medio termine di novembre. Ovverosia il controllo del Congresso, cosa che farà diventare Donald Trump un Presidente “dimezzato”. A meno di miracoli. O che non succeda qualcosa di eclatante, nel frattempo.

La rivelazione del Washington Post

Dunque, le schermaglie intorno alla trattativa tra Washington e Teheran girano sui danni collaterali: chi sente “più dolore” per primo è spinto a firmare. In questo senso, l’Intelligence americana non sembra prodiga di buone notizie per la Casa Bianca. “Un’analisi riservata della Cia – scrive in un suo report in esclusiva il Washington Post –  consegnata qualche giorno fa ai responsabili politici dell’Amministrazione, conclude che l’Iran può sopravvivere al blocco navale statunitense per almeno tre o quattro mesi prima di dover affrontare difficoltà economiche più gravi, secondo quanto riferito da quattro persone a conoscenza del documento. Questa conclusione sembra sollevare nuovi interrogativi sull’ottimismo del presidente Donald Trump riguardo alla fine della guerra. L’analisi condotta dalla comunità dell’intelligence statunitense – prosegue il Post – le cui valutazioni segrete sull’Iran sono state spesso più prudenti delle dichiarazioni pubbliche dell’Amministrazione, ha anche rilevato che Teheran conserva significative capacità missilistiche balistiche nonostante settimane di intensi bombardamenti statunitensi e israeliani, secondo quanto riferito da tre persone a conoscenza dei fatti”.

  • “Secondo un funzionario statunitense, l’Iran conserva circa il 75% delle sue scorte prebelliche di lanciatori mobili e circa il 70% delle sue scorte di missili. Il funzionario ha affermato che vi sono prove del fatto che il regime sia stato in grado di recuperare e riaprire quasi tutti i suoi depositi sotterranei, riparare alcuni missili danneggiati e persino assemblare alcuni nuovi missili che erano quasi completi all’inizio della guerra”.
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