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Trump, altre sanzioni alla Corte penale. E ora gli Stati si ritirano

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Politica estera

20/08/2026

da Il Manifesto

Chiara Cruciati

Senza diritto Restrizioni contro la presidente del Tribunale dell’Aja. Nel mirino anche un procuratore che starebbe seguendo il fascicolo Palestina

Erano trascorse poche ore dall’annuncio del Dipartimento di Stato Usa di nuove sanzioni ad alti funzionari della Corte penale internazionale quando, ieri, l’esercito israeliano ha aperto e chiuso indagini legate ad alcuni dei peggiori crimini commessi a Gaza dopo il 7 ottobre. A ribadire, indirettamente, la nota versione di Washington e Tel Aviv: Israele può indagare su se stesso, di corti internazionali non c’è bisogno.

TRA I FASCICOLI APERTI c’è quello sull’omicidio della piccola Hind Rajab, crivellata da centinaia di colpi a soli sei anni, dopo ore trascorse in auto accanto ai corpi senza vita di sei familiari. Era il gennaio 2024: numerose inchieste hanno già ricostruito le responsabilità. E c’è quello sui 15 paramedici uccisi a Rafah nel marzo 2025: giustiziati e poi seppelliti (male) sotto cumuli di sabbia. L’esercito ha invece chiuso le indagini sui due raid che ad aprile 2024 centrarono il convoglio dell’ong statunitense World Central Kitchen (sette uccisi); sul bombardamento di una delle sedi di Medici senza Frontiere a Khan Younis nel febbraio 2024 (due uccisi); e sul raid che nel novembre dell’anno precedente ammazzò altri due membri di Msf a Gaza City. Nessun colpevole: «Le decisioni dei comandanti non hanno oltrepassato la soglia di rilevanza penale».

QUANDO ISRAELE indaga su stesso, si assolve sempre. Per questo da decenni la società civile palestinese raccoglie prove, documenta reati e chiede indagini indipendenti. Come quelle di uno dei due più alti tribunali del pianeta, la Corte penale internazionale, da anni nel mirino di Stati uniti e Israele. L’ultimo schiaffo è arrivato martedì sera: il segretario di stato Marco Rubio ha emesso sanzioni contro la presidente della Corte, Tomoko Akane, e Abdolaye Seye, senior trial lawyer presso la procura, accusandoli di «perseguire funzionari di governi che non hanno acconsentito alla giurisdizione della Cpi». Si può fare, in realtà: la Corte può indagare crimini commessi sul territorio degli Stati membri dello Statuto di Roma. Palestina compresa.

A OGGI SONO NOVE i giudici e tre i procuratori oggetto delle sanzioni statunitensi: congelamento dei beni, blocco dei conti, divieto di viaggio, con effetti dirompenti sulle vite personali e professionali. Rubio lo ha detto chiaramente il 13 luglio 2026: «Smantelleremo la Corte pezzo per pezzo» per rispondere a «una guerra scatenata contro il nostro paese, non con bombe e missili ma con la forza del cosiddetto diritto internazionale». Due settimane dopo lo ha ribadito: «Abbiamo iniziato ad agire per riportare la Corte all’ordine».

Seduto accanto a lui, Donald Trump lo aveva interrotto: «(Rubio) sta provando a difendere Bibi». Quel Bibi Netanyahu sulla cui testa pende un mandato d’arresto della Cpi per crimini di guerra e contro l’umanità e che ieri ha celebrato le nuove sanzioni contro quello che chiama «un tribunale farsa».

IL TRIBUNALE ha reagito subito parlando di «attacco contro un’istituzione giudiziaria indipendente e imparziale» che «mina lo stato di diritto». Il rischio è altissimo, lo dimostrano le ultime vittime di Trump. Tomoko Akane, la presidente della Corte, è la sua più alta rappresentante, la figura che tiene i rapporti con gli Stati ma che svolge anche funzioni giudiziarie: colpirla significa alzare al massimo il livello dell’intimidazione. E poi Abdolaye Seye, procuratore senior. È meno visibile, ma preoccupa di più: quali fascicoli seguano i senior trial lawyer non è informazione pubblica, un’opacità necessaria alla loro protezione e indipendenza. Sanzionarlo significa svelare che, molto probabilmente, il dossier a cui sta lavorando è quello che terrorizza Washington e Tel Aviv, ovvero il fascicolo palestinese. Non solo: a dicembre l’Assemblea degli Stati dovrà nominare sei nuovi giudici e Seye è tra i papabili. Infilarlo in lista nera è un’intimidazione «preventiva» contro i paesi chiamati al voto.

Sta qui il secondo fronte dell’offensiva trumpiana. Se le sanzioni sono un’arma di delegittimazione della Cpi e di indebolimento dei suoi uffici, a preoccupare di più è lo sgretolamento dell’infrastruttura politica: la Casa bianca sta facendo pressioni sempre più feroci su vari Stati perché si ritirino dallo Statuto di Roma.

NELLE SCORSE SETTIMANE la Corte ne ha persi due, Ciad e Venezuela. La Colombia è vicina e altri potrebbero seguire a breve soprattutto da Africa e America latina. Se si dovesse assistere a un ritiro di massa, l’effetto sull’Aja sarebbe ben peggiore di quello delle sanzioni.

Tanto più che, dall’altra parte, non si registrano reazioni significative. Condanne a parole, promesse di proteggere il diritto internazionale, ma poco di più. Uno strumento concreto l’Europa ce l’avrebbe: l’attivazione del blocco delle sanzioni. La Ue può ridurre l’impatto delle restrizioni su persone giuridiche o fisiche sotto la sua giurisdizione, facendo da garante con banche, assicurazioni, aziende fornitrici di servizi. Insomma, tutelando le parti terze dalle sanzioni straniere.

Ma non lo fa: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si limita allo sdegno di rito. Il timore di infastidire l’«alleato» e magari di subirne le ire sotto forma di dazi prevale, ancora una volta, sulla tutela del diritto internazionale.

IL SUO CROLLO PASSA per la solita vittima sacrificale, la Palestina e la sua società civile, in prima linea per portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini contro l’umanità. L’offensiva di Usa e Israele serve anche a questo: il fascicolo palestinese deve essere il laboratorio dell’occultamento.

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