16/04/2026
da Il Manifesto
Ci vorrebbe un amico Casa bianca sempre più isolata. Nuovo affondo contro l’Italia Il rischio di recessione mondiale ridotto a una barzelletta
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese».

