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Trump a credibilità zero scatena un’escalation di parole minacciose

Trump a credibilità zero scatena un’escalation di parole minacciose

Politica estera

20/08/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

«Tra gli analisti Usa cresce la convinzione che allo stato attuale sia l’Iran ad avere la meglio. Su conflitto e diplomazia crescono anche i malumori interni», avverte Marina Catucci da New York. Con Netanyahu che ignora le richieste del presidente bombardando la Siria -come ci ha raccontato Orteca-, e Trump che si rivolge al mondo  «con minacce sempre più roboanti, mentre la sua credibilità è al minimo»

L’America che ha capito di aver perso

A quasi sei mesi dall’inizio di quella che doveva essere una guerra lampo, tra gli analisti statunitensi continua a crescere la convinzione che attualmente sia l’Iran ad avere la meglio, non gli Stati Uniti, come sostiene Donald Trump. Teheran, del resto, si comporta già da vincitrice, rileva Marina Catucci «avvertendo i Paesi del Golfo che, in caso di nuovo attacco da parte di Usa o Israele, è pronta a bombardare i loro impianti di desalinizzazione e le infrastrutture petrolifere, lasciandoli senza acqua potabile e senza entrate dal petrolio, come ritorsione per l’alleanza con Washington». E i tecnici della guerra, non a parole: «L’Iran sta guadagnando tempo e sta mettendo i nostri alleati e alcuni elementi interni contro di noi – ha detto il generale in pensione Mark Hertling, ex comandante dell’esercito Usa in Europa. Alla fine, è l’Iran ad avere il controllo». 

Anche dall’Iran iperboli sparate

Il ministro degli esteri iraniano Araghchi sceglie il registro trumpiano delle iperboli sparate: gli Stati uniti, dice, «implorano» di sedersi al tavolo. Risponde Trump minacciando di dichiarare lo Stretto di Hormuz «territorio statunitense», frase più da comizio che da atto diplomatico. Il presidente del parlamento iraniano, Ghalibaf, ribadisce che lo stretto resterà chiuso finché Washington non revocherà il blocco navale, non sbloccherà i beni congelati e non toglierà le sanzioni sul petrolio. Trump, di rimando, assicura che Hormuz è «aperto e operativo e che le mine nel canale sono state rimosse o fatte brillare». Ennesima bugia. Con le parole vola anche un proiettile non identificato che colpisce una nave nelle prime ore di ieri mentre l’imbarcazione tentava di attraversare lo stretto al largo dell’Oman. Nessuno ha rivendicato, nessuno ha spiegato.

Usa con quel presidente?

Sulla capacità di risposta americana, militare o diplomatica, le valutazioni tra gli esperti di Medio Oriente sono decisamente severe: «Gli Stati Uniti non avrebbero oggi la capacità militare per invadere l’Iran né per sostenere un nuovo attacco almeno per i prossimi sei mesi, visto che hanno esaurito gran parte delle armi di precisione e delle scorte di missili Patriot. Questo quadro trova conferma nei report interni circolati nelle ultime settimane, dove si legge che il Pentagono starebbe valutando di ridurre le forze Usa nel Golfo Persico una volta chiusa la guerra, secondo quanto ha pubblicato il Washington Post, che cita otto fonti a conoscenza dei fatti». Revisione sia per i danni subiti dalle basi americane negli attacchi iraniani, sia da una orientata a contenere la Cina, che resta la priorità di lungo periodo di Washington nel Pacifico.

Se la guerra va male, la diplomazia peggio

Sul fronte diplomatico le cose non vanno meglio. «Al pragmatismo bellico dell’Iran Trump continua a rispondere con minacce sempre più roboanti». L’ultima in ordine temporale riguarda l’Oman, alleato Usa impegnato a mediare con l’Iran per riaprire il traffico nello Stretto di Hormuz: «Se l’Oman ci intralcia, gli spariamo addosso di tutto», ha detto Trump a Fox News.  Fuori misura, quasi fiori di testa. «Questa è la quinta minaccia di Trump rimasta senza seguito negli ultimi quattro mesi, e lo schema sta erodendo la sua credibilità, con gli avversari sempre più scettici sulla possibilità che passi ai fatti –denuncia Marina Catucci-A dimostrazione che le minacce di Trump non sono più un deterrente, l’Oman non ha risposto, mentre Teheran ha fatto sapere che i colloqui restano complessi ma stanno comunque proseguendo».

Beffa israeliana e dissenso in casa

Sul fronte israeliano, Netanyahu ha respinto le voci di uno strappo con Trump, e forse è pure peggio, visto che i fatti raccontano di permanenti tensioni concrete. Come avete letto nell’articolo precedente di Orteca, martedì otto raid israeliani hanno colpito la base aerea siriana di Abu al Duhur, nella provincia di Idlib. «Una escalation non necessaria», la flebile critica Usa. In casa però, il silenzio resta la norma. A marzo il direttore del National Counter terrorism Center, Joe Kent, si era dimesso denunciando che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente, attribuendo la guerra alle pressioni di Israele e della sua lobby. La Casa Bianca aveva respinto le accuse con veemenza. Da Kent, fonti interne parlano di legali ad “arrivare a un sì” anche su piani di guerra definiti “violentemente illegali”, e di alti ufficiali militari rimossi. 

  • Privatamente il vicepresidente JD Vance e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, avrebbero sollevato più volte dubbi sui rischi di un’operazione a lungo termine contro Teheran, spingendo per dare più spazio alla diplomazia.
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