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Trump non è un’anomalia, il trumpismo può sopravvivergli

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06/11/2026

da Il manifesto

Mario Ricciardi

Midterm La costante radicalizzazione del partito repubblicano, iniziata da decenni, ha trasformato la cultura politica della destra. Oggi il Gop promuove orientamenti suprematisti e autoritari

La sconfitta schiacciante subita dai Repubblicani alle elezioni di midterm è indubbiamente un fatto da valutare in modo positivo. Oggi ci sono i presupposti perché si ristabilisca un contrappeso necessario al potere esorbitante del presidente.

Avendo la maggioranza sia alla camera dei rappresentanti sia al senato, i democratici possono svolgere il proprio ruolo di opposizione in maniera incisiva. Che lo facciano effettivamente è una questione diversa, cui è difficile rispondere a poca distanza dal voto. Un passaggio importante sarà quello della scelta dei portavoce dell’opposizione nelle due assemblee. Quelli attualmente in carica, Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, non piacciono a diversi dei nuovi membri democratici di camera e senato che sono stati appena eletti e che hanno un orientamento più aperto al cambiamento. Possibile che si vada a uno scontro, dall’esito non scontato, ma non si può escludere un compromesso che confermi gli attuali portavoce.

Alla luce di queste considerazioni, colpisce l’atteggiamento di buona parte dei commenti che ieri si potevano leggere sulla stampa centrista (non solo nel nostro paese) che annunciavano la fine del trumpismo e il trionfo della democrazia statunitense. Una valutazione sobria suggerirebbe maggiore cautela.

IN PRIMO LUOGO perché solo tra qualche tempo saremo in grado di valutare se effettivamente il presidente è diventato «un’anatra zoppa». Poi perché l’anomalia trumpiana alla Casa bianca – se di anomalia si tratta – si è manifestata nel corso del secondo mandato in modo molto diverso rispetto al primo, e non è scontato che i democratici, e almeno una parte del loro elettorato, siano disposti ad accettare che un velo pietoso cali sull’uso «selvaggio» (riprendo l’espressione da Luigi Ferrajoli) che è stato fatto del potere esecutivo negli ultimi due anni. La lista è così lunga che non starebbe dentro i limiti di spazio che ho a disposizione. Mi limito quindi a ricordare solo alcuni esempi, tra quelli più clamorosi.

L’eliminazione degli aiuti allo sviluppo e la devastazione portata a termine a inizio mandato dal team guidato da Elon Musk nel settore dell’amministrazione pubblica. L’uso ricattatorio dei finanziamenti federali per costringere scuole e università a conformarsi agli orientamenti politici dell’esecutivo su settori come le politiche a tutela della diversità e la libertà di espressione di studenti e docenti su questioni di primaria importanza come il massacro di civili in corso a Gaza (reso possibile dal supporto economico e militare degli Stati uniti). Le esecuzioni sommarie di civili (presunti trafficanti di droga) nel mare a largo del Venezuela. Le sanzioni ai giudici della Corte penale internazionale. L’uso illegale della forza da parte dei miliziani di Ice, che in due casi hanno provocato la morte di civili inermi. La detenzione in condizioni inumane di immigrati (in buona parte selezionati in base al profilo etnico) rinchiusi nei centri di detenzione. Le procedure di rimpatrio cui in diversi casi sono stati sottoposti minori privi di assistenza legale.

E ancora, l’intervento militare in Venezuela, e quello in Iran, senza autorizzazione congressuale che, specie nel secondo caso, ha provocato un elevato numero di vittime civili. L’avvio di un’iniziativa internazionale, il Board of Peace, che attribuisce all’attuale presidente un ruolo inedito e discutibile sul piano del diritto e delle prassi internazionali. Le epurazioni prive di motivazioni di ufficiali dell’esercito volute, senza dubbio con il consenso del presidente, dal segretario alla difesa. La trasformazione della Casa bianca in un’agenzia di intermediazione di affari a vantaggio dei familiari del presidente e di persone che appartengono al suo ambiente. La mancata pubblicazione di quelle parti degli Epstein Files che potrebbero mettere in imbarazzo Trump e i suoi sodali.

In gioco, in tutti questi casi, non è semplicemente la posizione personale di Trump, ma quella di una gran quantità di persone (uomini d’affari, dirigenti del partito repubblicano, congiunti e alleati a vario titolo) che potrebbero, e dovrebbero, essere chiamati a rispondere di quel che hanno fatto. Una rete di complicità così ampia da proiettare un’ombra inquietante sul futuro di quella democrazia statunitense di cui oggi alcuni celebrano prematuramente il trionfo. Anche se Trump uscisse di scena, come inevitabilmente prima o poi accadrà, è difficile immaginare che tutte queste persone, la gran parte delle quali ha ruoli di influenza nel partito repubblicano e nel mondo economico, siano disponibili a sottoporsi al pubblico scrutinio senza resistenza. Vale la pena di notare, a questo proposito, che tra le prime dichiarazioni di Hakeem Jeffries dopo il voto c’è stato un invito al partito a non perseguire la strada della «vendetta». Una scelta terminologica almeno ambigua, visto che si parla di persone che in molti casi hanno probabilmente violato la legge.

TUTTO QUESTO ci conduce a una considerazione conclusiva. La presidenza Trump è un’anomalia solo se la valutiamo sullo sfondo di una ricostruzione della storia recente degli Stati uniti che trascura la costante radicalizzazione del partito repubblicano, iniziata da alcuni decenni, che ha trasformato la cultura politica e gli orientamenti di fondo della destra. Oggi i repubblicani sono un partito che accoglie e promuove persone che manifestano apertamente orientamenti suprematisti, omofobi, misogini e autoritari che sono incompatibili con i fondamenti normativi della democrazia liberale e anche con la semplice decenza morale.

Sostenere che la vittoria dei democratici sia sufficiente per festeggiare lo scampato pericolo è un’illusione da cui dovremmo guardarci.

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