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Trump, pace e circensi. L’accordo «migliore» è già una fregatura

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Politica estera

16/06/2026

da il Manifesto

Luca Celada

America Oggi Il presidente festeggia gli 80 anni fra lotte sanguinolente. Mentre sottoscrive un’intesa peggiore e più costosa del Jpcoa

Per celebrare l’ottantesimo compleanno di Donald Trump sono stati mobilitati i cinque rami dell’esercito e i massimi simboli nazionali convertiti in oggetti di scena di una apoteosi sceneggiata per massimo effetto con l’annuncio finale dell’accordo siglato con l’Iran. Dopo i giochi, il dono di pace di un sovrano severo ma benevolo. Nella conversione definitiva dell’apparato statale in apoteosi trumpiana, i gladiatori scalzi sono stati ripresi mentre si riscaldavano nei saloni cerimoniali della residenza presidenziale. Lunghi piani sequenza steadycam li hanno accompagnati dallo studio ovale, sotto la colonnata e davanti ai ritratti dei presidenti americani, fino alla gabbia ottagonale dei combattimenti.

I FUOCHI d’artificio e le “ring girls” fasciate di vestiti-bandiera hanno distillato un sovraccarico sensoriale di iconografia patriottarda tale da rasentare le immagini iperreali di Ai che iI presidente suole postare sul suo social. A seguire sui maxischermi dislocati all’esterno del perimetro, una convention manosferica di decine di migliaia di giovani maschi.

La profanazione della residenza presidenziale in fondale per un pay-per-view di sport estremi (la visione richiedeva l’abbonamento a Paramount+, la piattaforma ora controllata dagli Ellison, magnati filotrumpiani) ha esaltato i fedelissimi Maga, inneggianti alla rivalsa della «America vera» sui pavidi woke, consacrando il dileggio degli avversari a policy di governo. Ciliegina sula torta tossica è arrivata la dichiarazione del fighter Josh Hoikit che nel microfono del ring ha urlato: «Michelle Obama è un uomo!».

Ma se lo show ha galvanizzato lo zoccolo duro dei supporter, per i quali la fede politica combacia con il tifo delle arti marziali, i sondaggi rivelano una netta maggioranza di contrariati dal travisamento indecoroso dei più riveriti simboli nazionali in fiera di periferia. La rappresentazione ha insomma oltrepassato un ulteriore Rubicone in una frammentazione nazionale che sembra sempre più irreversibile.

PROPRIO DI POLARIZZAZIONE si nutre dopotutto il regime del presidente che sull’eco di fuochi di artificio è partito per Evian sulle ali dell’annuncio dell’accordo con l’Iran, cioè di quello che ha definito «il miglior memorandum di Intesa della storia». Il cosiddetto accordo di pace è effettivamente un’estensione di 60 giorni e del cessate il fuoco e intesa di massima dei punti su cui imbastire una trattativa definitiva.
Il principale riguarda la riapertura “bilaterale” dello stretto di Hormuz. Questo coinciderebbe con la sospensione di ulteriori sanzioni economiche contro il regime di Tehran, e «l’impegno» di quest’ultimo a non perseguire un’arma nucleare.

Sul nucleare non è chiaro come verrebbe contenuto il programma di arricchimento delle scorte di uranio già al centro delle annose trattative che portarono all’accordo Jcpoa nel 2015. Allora, dopo complessi negoziati multilaterali che coinvolsero le tre superpotenze e l’Europa, si era giunti ad un affidabile sistema di monitoraggio certificato dall’Aiea. Questa volta si parla di una semplice «promessa» iraniana garantita dalla forza militare americana (che proprio la guerra è servita semmai a screditare).

LA QUESTIONE dei risarcimenti di guerra e dello scongelamento degli asset iraniani è poi particolarmente delicata per Trump dato che si scontra con la narrazione della «vittoria meglio di Obama», il predecessore criticato soprattutto per aver ripagato un miliardo e mezzo di fondi sequestrati a Tehran. Ma l’attuale quadro prevederebbe pagamenti molto superiori di almeno 20 miliardi. Per dissimularli, la Casa bianca li propone come «incentivi al progresso nei negoziati» e probabilmente li riformulerà come agevolazioni offerte dagli stati del Golfo. Teheran invece insisterebbe per averne una quota sostanziale in anticipo.

ANCHE QUI dunque si tratta più di sceneggiature che di fatti, un copione che deve riproporre come trionfo un accordo che avrà come risultato primario la riapertura di una rotta commerciale che prima dell’aggressione febbraio era già apertissima, e nella migliore delle ipotesi replicherà lo status preesistente ad una delle guerre più inutili di sempre.

Non è da escludere poi che nelle prossime settimane Trump torni a ventilare ipotesi fantapolitiche come la precondizione di un accordo di Abramo per tutti gli stati del Golfo, o la minaccia ventilata di recente di una presenza militare americana stabile nella regione ma finanziata col «20% degli introiti petroliferi collettivi» – una pax americana per abbonamento.

ALLA FINE prevarranno prevedibilmente le realtà geopolitiche. Il Golfo di Hormuz potrà forse venire sminato ma più difficile da contenere, ad esempio, sarà la principale mina vagante sulla pace: Benjamin Netanyahu che ribadisce da subito l’intenzione di non lasciare il Libano – una delle precondizioni imposte da Teheran. (Al New York Times ieri Trump ha definito il premier israeliano col quale ha aggredito una nazione sovrana, «un tipo davvero difficile»).

Dalla geopolitica mediorientale risolta da condivisi interessi di affari, alla Casa bianca venduta a sponsor amici (e la sua stessa società di criptovaluta), nel mondo immaginato da Trump tutto ha un prezzo e le persone giuste fanno un sacco di soldi. E se non sarà possibile basterà convincere il mondo che sia così.

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