02/04/2026
da La Notizia
Trump parla alla nazione e dice che la vittoria sull'Iran è vicina. Poi avvisa: lo Stretto di Hormuz lo riaprano Ue e Cina
Dopo trentatré giorni di guerra contro l’Iran, Donald Trump ha rotto il suo lungo silenzio sull’andamento del conflitto. E lo ha fatto con il suo primo discorso alla nazione dall’inizio delle operazioni militari contro il regime degli ayatollah, avvenuto il 28 febbraio scorso, nel tentativo di difendere le motivazioni — molte delle quali ampiamente smentite perfino dal Pentagono — che lo hanno spinto, assieme al primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, a dare il via libera ai raid su Teheran.
Un intervento durato venti minuti, in cui ha ribadito, come fa quotidianamente, che le forze statunitensi sono a un passo dal raggiungere tutti gli obiettivi militari, tanto che si è detto certo che i suoi soldati “finiranno il lavoro molto presto”. “In queste ultime quattro settimane le nostre forze armate hanno ottenuto vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia”, ha dichiarato il tycoon.
Operazioni militari degli USA che, a suo dire, sono state “così potenti e così brillanti” da aver reso inoffensivo “uno dei Paesi più potenti (l’Iran, ndr)”. Parole che, però, non sembrano coincidere con la realtà che emerge dal campo di battaglia, visto che la minaccia iraniana non è stata cancellata: i pasdaran continuano infatti le operazioni di guerriglia, iniziate con raid sulle basi americane in Medio Oriente, proseguite con attacchi devastanti alle infrastrutture energetiche dei Paesi dell’area e, in ultimo, con la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Contro-risposte della Repubblica islamica che hanno scatenato una crisi energetica globale senza precedenti, consegnando al regime di Mojtaba Khamenei la convinzione di avere tra le mani uno strumento di ricatto, ossia il controllo dello Stretto di Hormuz, capace di produrre effetti devastanti sulle economie di tutto il globo.
A caccia di un successo militare che ancora non c’è
Nel suo discorso alla nazione, Trump ha anche accennato a una possibile tempistica per la conclusione delle ostilità. “Li colpiremo molto duramente nelle prossime due o tre settimane”, fino a riportarli “all’età della pietra, a cui appartengono”, ha tuonato il tycoon che, come noto, da settimane sta cercando di infliggere — finora senza riuscirci — il colpo del KO agli ayatollah.
Un intervento in cui il presidente americano ha anche parlato delle conseguenze economiche del conflitto, che stanno pesando sulle tasche degli americani, costretti a pagare prezzi mai visti per i carburanti e per le bollette energetiche. A suo dire, i rincari “sono di breve termine. Gli Stati Uniti non sono mai stati più pronti economicamente e siamo in splendida forma per il futuro”. Peccato che non sembrino pensarla allo stesso modo i suoi concittadini, come emerge dai sondaggi, in cui il suo consenso è crollato attorno al 30% delle preferenze, raggiungendo un minimo storico per un presidente in carica che, per di più, tra pochi mesi dovrà affrontare le temute elezioni di midterm.
Trump scarica la risoluzione della crisi energetica globale sull’UE e sulla Cina
La cosa peggiore è che il leader americano, dopo aver messo a ferro e fuoco il Medio Oriente e scatenato una crisi energetica globale da cui non si intravede uno sbocco, sembra sempre più vicino a un disimpegno improvviso dal conflitto, annunciando una vittoria totale che non corrisponde ai fatti. Anzi, questa potrebbe essere dichiarata anche con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso.
A lasciarlo intendere è lo stesso presidente degli Stati Uniti che, in conclusione del suo intervento, ha invitato i Paesi che dipendono dal petrolio che passa attraverso questo piccolo lembo di mare a trovare il “coraggio, anche se tardivo”, di andare a “prenderselo” con la forza perché, ha spiegato, “noi non ne importiamo e non ne importeremo. Non ne abbiamo bisogno”.
Insomma, la sensazione è che questo discorso sia servito al tycoon per preparare il terreno a un’exit strategy dal suo fallimentare conflitto, scaricando sull’UE, sulla Cina e sul Giappone il compito di riparare i danni globali scatenati dall’intervento congiunto di USA e Israele contro l’Iran.
Macron non ci sta e risponde a tono al tycoon
Quel che è certo è che le parole del tycoon hanno ulteriormente alzato il livello di scontro con i suoi (ex) alleati europei. Particolarmente critico il presidente della Francia, Emmanuel Macron, che ha fatto notare come il tycoon “non si può contraddire ogni giorno”. A suo dire la guerra in Medio Oriente non consentirà di “risolvere a lungo termine” la questione nucleare iraniana, anzi potrebbe addirittura ravvivarne l’interesse, e ha definito “irrealistica” l’auspicata operazione militare per liberare lo Stretto di Hormuz chiesta da Trump.
“Non è mai stata l’opzione che abbiamo preso in considerazione e la riteniamo irrealistica”, ha tagliato corto Macron sottolineando che una operazione del genere “richiederebbe un tempo infinito” e comporterebbe “una miriade di rischi” che, al contrario, dovrebbe assumersi il presidente degli Stati Uniti che con la sua guerra “illegale” ha causato una crisi energetica e geopolitica senza precedenti.

