15/04/2026
da Il Manifesto
Alta tensione Dopo la difesa del papa da parte di Palazzo Chigi, il tycoon si scaglia contro la vecchia amica: «Scioccato e deluso da lei»

Quando non si sa come uscire da una relazione tossica e si viene lasciati, più che un dolore è un sospiro di sollievo: quello che Giorgia Meloni ha tirato ieri pomeriggio quando il presidente degli Usa, consultato al telefono dal Corriere della Sera, la ha mollata in malo modo. Il presidente è «scioccato e deluso», avendo scoperto che Meloni «è molto diversa da quello che pensavo». Sino a ieri la incensava ma «non è più la stessa persona»: «Pensavo che avesse coraggio. Mi sbagliavo».
L’AMERICANO È furibondo per la difesa del papa da parte dell’ex carissima amica. In mattinata, da Vinitaly, Meloni era tornata sull’argomento, anche per farsi perdonare il ritardo con cui aveva fatto scudo a Leone il giorno prima: «Le parole di Trump sono inaccettabili e io non mi troverei a mio agio se i leader religiosi obbedissero a quelli politici». Donald ringhia: «Inaccettabile è lei». Già che ci si trova, strapazza di nuovo il papa: «Non capisce e non dovrebbe parlare perché non ha idea di cosa sta succedendo». Ma quello presidenziale è un rancore accumulato nel tempo. La difesa del pontefice è solo il casus belli. «Non vuole aiutarci. Non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e se potesse farebbe saltare l’Italia in due», sbotta il furioso. Ce ne è a sufficienza per concludere che la delusione non è montata in poche ore ma in giorni e settimane. Data da quando l’Italia ha iniziato, sia pur timidamente, a prendere le distanze dall’ex nume tutelare targato Maga e dalla sua guerra. Non manca neppure una stoccata sull’immigrazione travestita da complimenti a Orbàn. L’ungherese «non ha permesso che la gente venisse a rovinare il suo Paese come ha fatto l’Italia». Definitivo.
FORSE È SOLO UNA coincidenza ma la lavata di testa arriva proprio nel giorno in cui Meloni annuncia la decisione di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. È uno strappo in piena regola che, abbinato col divorzio transatlantico, mette in chiaro una intera manovra di sganciamento. L’abbraccio che nei sogni della premier doveva regalarle un ruolo centrale nella politica mondiale si è dimostrato mortale, la sta tirando a fondo anche in casa propria.
CHE L’INTERO CENTRODESTRA, a eccezione forse del muto Salvini, non vedesse l’ora di scrollarsi di dosso l’etichetta ormai esiziale di «migliori alleati di Trump» è reso evidente dalla sollevazione corale di FdI e Fi. «Il legame con gli Usa non è in discussione ma essere alleati non significa accettare tutto in silenzio», ruggisce Crosetto. La mette giù dura persino Tajani: «L’unità dell’Occidente si costruisce con lealtà, rispetto e franchezza reciproci. Noi siamo abituati a dire ciò che pensiamo». La Russa la butta sul religioso: «Se qualcuno può pensare che il presidente del Consiglio dell’Italia possa mai considerare accettabili attacchi frontali al pontefice non conosce l’Italia». La stessa premier rivendica di aver parlato più chiaramente di qualsiasi altro leader europeo, e poco male se non è vero e anzi sino a ieri il quadro era opposto.
A TRUMP PERÒ MELONI non risponde. Lo farà probabilmente oggi, dopo l’incontro con Zelensky a Roma. Ieri ha frenato il presidente dell’Eni Descalzi, che chiede di riaprire le porte al gas russo: «Lo capisco ma non dobbiamo dimenticare che la pressione economica sulla Russia è l’arma più efficace per la pace». Oggi ribadirà il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina e cercherà di mettere all’incasso quello strenuo sostegno per strappare alla Commissione europea la sospensione del Patto di Stabilità che per l’Italia e per il suo governo è questione di vita o di morte. Se replicherà a Trump, e dovrà farlo comunque in tempi brevi, saranno sonore manifestazioni di imperitura amicizia con gli Usa chiunque sia il presidente ma sarà anche rivendicazione del proprio diritto di critica.
PER MELONI L’INCIDENTE è un’occasione e lo sa perfettamente. Separare la propria immagine da quella detestatissima di Trump e di Netanyahu non era e non è neppure adesso facile, dopo mesi di abbracci e tifo sfegatato. Infatti non ci stava riuscendo. L’iracondo di Washington le ha offerto involontariamente una via d’uscita tutto sommato facile. Difficile credere che la premier non proverà a sfruttarla.

