11/07/2026
da Remocontro
«Hormuz è aperto, li abbiamo bombardati pesantemente». Trump dichiara e il mondo si interroga se sia realtà o ennesima scemenza. Trump liquida l’ennesima escalation militare in Medio Oriente e prova a spegnere il panico sui mercati globali prima delle borse. E in vigilia di clamorosa sconfitta elettorale di Medio termine, propone alla sua base elettorale una nuova drammaturgia nel ruolo di eroico giustiziere contro un ‘male assoluto’: intercambiabilmente gli immigrati, gli iraniani, i comunisti.
Trump attacca e svela la menzogna
Benché Trump avesse scatenato la guerra contro l’Iran per colpire il programma nucleare di Teheran, il blocco del petrolio che transita per lo Stretto è ormai ben più preoccupante per la comunità internazionale. Ed è Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, a dire la verità: «Hormuz vale più di decine di bombe atomiche. Un ricatto geopolitico permanente, destinato a riaprirsi nella maniera più imprevista e imbarazzante per le diplomazie occidentali».
Il golpismo si inventa il comunismo
E Trump, in vigilia di clamorosa sconfitta elettorale di Medio termine, precipitato nella trappola Iran, propone alla sua base elettorale una nuova drammaturgia semplificata dove lui interpreta il ruolo di eroico giustiziere contro un male assoluto (intercambiabilmente gli immigrati, gli iraniani, i comunisti, precisa Luca Celada). Demonizzazione della risorgente ala progressista dei Dem. Nel copione della Casa bianca, minare la legittimità delle elezioni. Dal Fbi allaNational Intelligence, si moltiplicano le insinuazioni di interferenza cinese nelle elezioni del 2020. E i membri della commissione federale sulle elezioni licenziati in tronco venerdì, che a novembre potrebbero decidere eventuali ricorsi elettorali. E l’apparato paramilitare Ice potrebbero fare il resto.
La volitività del presidente-sovrano
«In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa)». Modello segretario generale e laeder della Nato «impegnati in teatrali piaggerie e complimenti insinceri». «Poi le conferenze stampa in cui Trump si esibisce in sperticati auto elogi incentrati su sale da ballo e colonne corinzie o disquisisce di vittorie elettorali passate e future. Tutto annotato con diligenza dalla stampa stenografante che riporta ogni bipolare esternazione come cronaca politica».
Il mondo nella narrazione trumpiana
«Nella narrazione trumpiana il mondo esiste in un lungo presente antistorico il cui copione è scritto in bordate notturne di post social e su cui il presidente asserisce un controllo orwelliano. La mitopoiesi non ammette contradditorio né i ‘disfattismi’ di cui Trump ama accusare la stampa». Un fatto che se necessario il governo ribadirà con le querele miliardarie per danni o, come accaduto questa settimana, con mandati di comparizione per giornalisti del New York Times. La loro colpa? Aver scritto dell’aereo omaggio del Qatar che è stato necessario abbandonare in Europa per insufficienti misure di sicurezza. Poi il «plot twist», la variazione di trama, già riesumata per il 4 di luglio, parlando della «minaccia comunista che si addensa sugli Stati uniti» e qualificandola come la più pericolosa affrontata dalla nazione dai tempi della fondazione.
Se l’informazione diventa propaganda, l’agiografia sostituisce la storia
Nella campagna elettorale di mezzo termine, in vista di una prevedibile batosta, la demonizzazione della risorgente ala progressista dei Dem. Minaccia comunista o eventualmente cinese, ha adeguato spot e messaggistica. Qui, nel copione della Casa bianca, la narrazione si fonde con quella sviluppata per mantenere il potere minando preventivamente la legittimità delle elezioni. Certo, gli Stati Uniti del 2026 non sono quelli degli anni Cinquanta del ‘Maccartismo’, ma il nome stesso del movimento creato da Trump, Make America Great Again rivela il sogno dei suoi militanti: «rifare l’America di 70 anni fa», sottolinea Fabrizio Tonello. «Rifare gli Stati uniti con le Cadillac, i sobborghi residenziali, le mogli bionde e sottomesse, i servizi religiosi e il barbecue della domenica. Niente neri o ispanici se non per fare le pulizie o raccogliere i pomodori».
- «Si tratta ovviamente di un sogno assurdo, che finirà nel disastro come tutti i programmi fascisti dell’ultimo secolo. Ciò che non sappiamo è quanto durerà l’incubo e quante sofferenze infliggerà agli Stati uniti e al mondo intero».

