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Trump-Xi: la geopolitica oscurata dall’economia

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Politica estera

15/05/2026

da Remocontro

Piero Orteca

I veri accordi sono quelli che non si annunciano. Un vertice dominato dai temi del commercio, con una delegazione americana che comprende il gotha del supercapitalismo. Al centro dei colloqui un megacontratto con la Boeing. L’uomo più importante? Scott Bessent, Segretario al Tesoro. È lui che ha apparecchiato la tavola.

Un vertice, due comunicati diversi

Quando la coperta è corta, ognuno cerca di tirarla dal proprio lato. Così, dopo la prima giornata di incontri a Pechino tra Trump, Xi Jinping e le rispettive delegazioni, le campane hanno suonato con qualche nota stonata. Ovvio. Tutto dipende dall’enfasi che ognuno dei protagonisti cerca di mettere sui significati del vertice. Che conviene sia al Presidente Usa che al leader cinese, ma per motivi diversi. O, per meglio dire, parliamo di un incontro che si sviluppa su un terreno dove tattica e strategia si muovono (e si incrociano) con tempi “asimmetrici”. Trump ha fretta di “realizzare”, per uscire dal pantano in cui si è cacciato nel Golfo Persico e che gli sta costando quote consistenti di consenso. Xi, invece, cerca garanzie nel lungo periodo, per Taiwan e per le sue sfere di influenza nell’Indo-Pacifico. Contemporaneamente, però, non disdegna un “appeasement” sul terreno commerciale, che lo aiuti ad aggiustare quei settori (come l’edilizia e la finanza locale) che stanno diventando una palla al piede per il Paese. E in Cina gli errori economici, prima o dopo, si pagano. Dentro il partito. Quindi, se l’interesse a darsi una mano è comune, le priorità sono diverse. Ecco cosa scrive, lapidario (e illuminante per la stampa occidentale) il South China Morning Post di Hong Kong: “Le dichiarazioni rilasciate da Cina e Stati Uniti dopo il loro vertice di giovedì hanno rivelato netti contrasti nelle priorità di ciascuna parte. Washington si è concentrata su commercio, fentanil e Iran, mentre Pechino ha posto l’accento su Taiwan, sulla stabilizzazione dei rapporti bilaterali e sui complimenti di Donald Trump al Presidente Xi Jinping”.

Trionfo della “realpolitik”

È un’assoluta perdita di tempo, cercare di tradurre in impegni concreti i discorsi sulle crisi internazionali fatti nei comunicati-stampa, dopo gli incontri ufficiali. Si tratta di pura cosmesi diplomatica. Il lavoro vero, quello “sporco” è già stato fatto a monte dagli “sherpa”, che hanno sudato le proverbiali sette camicie per far quadrare il cerchio. Cioè per rendere possibile il vertice, che sembrava naufragato dopo lo sconclusionato azzardo militare Usa nel Golfo Persico. E, invece, l’abile tessitura dell’ala “trattativista” trumpiana, da Jared Kushner a Scott Bessent, ha permesso di mettere in piedi quello che può essere benissimo visto come una gigantesca operazione di “realpolitik”, dove si può prendere (molto), ma si deve anche concedere (forse di più). Non sappiamo cosa Bessent e He Lifeng (il Vicepremier cinese) abbiano già concordato a Seul, un paio di giorni fa, prima di limare l’agenda finale del vertice. Tuttavia, pare di capire che le intese sui dazi e le “Tre B” (Beans, Beef e Boeing), cioè, fagioli (di soia), carne bovina e grandi aerei commerciali, i prodotti che premono a Trump, siano già state definite. Per il resto, nell’immediato, Trump vuole che Xi lo aiuti a scappare dal Golfo Persico, senza perdere la faccia. Cosa, in verità, molto difficile. Perché, fare dietrofront, da un giorno all’altro, significa lasciare in gramaglie ed esposti a tutte le intemperie gli alleati arabi della regione. Per questo, l’unica cosa alla quale gli analisti veramente credono è un prevedibile “gentlemen’s agreement” sul commercio.

Il megacontratto Boeing

Forse le dichiarazioni più importanti, scaturite finora dalla missione americana a Pechino, sono state quelle del Segretario al Tesoro, Scott Bessent. Parliamo di fatti concreti e non dei soliti impegni diplomatici d’ordinanza che, come avviene dopo meeting del genere, servono solo a mascherare le croniche contrapposizioni tra superpotenze. Dunque, andando al sodo, Bessent ha annunciato che per la Boeing sono previsti “ingenti ordini” in arrivo dalla Cina. Alcune fonti affermano che Xi Jinping potrebbe arrivare ad autorizzare l’acquisto di ben 500 velivoli. Sarebbe un business colossale, che potrebbe essere definito già nel corso della visita di Trump. Una specie di ricchissimo pacco-dono, per le affamate industrie ad alta tecnologia a stelle e strisce, che dovrebbe spianare la strada ad altre intese. A tutto campo. Perché i dollari americani, così come gli yuan cinesi, hanno il potere di spalancare le porte del dialogo, anche per chi si scontra sui temi più scottanti della politica internazionale. Non solo. Ma tutto questo dà un preciso segnale, in relazione alle priorità sino-americane, che in questo momento, sono focalizzate sugli affari. Cina e Stati Uniti creeranno un Consiglio commerciale congiunto. E il primo stramiliardario dossier da affrontare sarà, appunto, quello delle “Tre B” (Beans, Beef e Boeing). I grandi settori di esportazione Usa che, per la Casa Bianca, ora sono di primaria importanza, per aggiustare la bilancia commerciale e recuperare sul terreno molto sdrucciolevole dei consensi elettorali. Specie nel Mid-West e in alcune aree più specifiche del Paese, regioni scosse dai “danni collaterali” della guerra all’Iran.

Una delegazione che dice tutto

Sono quasi più numerosi dei diplomatici di professione. Si tratta di presidenti e “CEO” (Chief Executive Officer) di prestigiosi istituti finanziari, che rappresentano la “crème” dell’economia americana. Trump se li è portati appresso, a Pechino, per far capire a Xi Jinping quale sia il vero motivo della sua visita: mettersi d’accordo sulla distribuzione “dei pani e dei pesci” a livello planetario, in una fase in cui i mercati internazionali rischiano il congelamento. Il resto viene dopo. A tavola, mangiando e bevendo (metaforicamente) si sa, ci si mette subito d’accordo. D’altro canto, i vecchi diplomatici pensavano che proprio la sala da pranzo (assieme a qualche altra dépendance), fosse il luogo più adatto per trovare un’intesa. Dunque, tenetevi forte, perché assieme alla miseria di tre ministri (Marco Rubio agli Esteri, Pete Hegseth alla Difesa e Scott Bessent al Tesoro) nella lista del Presidente Usa figurano ben 17 “feldmarescialli” di industria, finanza e agricoltura. Si tratta di una delegazione che sembra uscita da un film di Hollywood, dove la storia racconta di crisi cicliche, con un capitalismo d’assalto che risorge, perché ha sette vite come i gatti.

Il parterre de rois

Il calibro degli “esperti” che affiancano Trump è grosso ed equamente ripartito, tra aziende ad alta tecnologia e finanza. Nell’ordine, con lui in Cina ci sono i seguenti presidenti o amministratori delegati, che danno una precisa idea dell’ambiziosa strategia adottata dalla Casa Bianca, per trovare i giusti punti di cointeressenza con Pechino:

Tecnologia

Tim Cook (Apple); Jim Anderson (Coherent); Dina Powell McCormick (Meta); Sanjay Mehrotra (Micron); Jensen Huang (Nvidia); Cristiano Amon (Qualcomm); Elon Musk (SpaceX).

Industria Aerospaziale

Kelly Ortberg (Boeing); Larry Culp (GE Aerospace).

Sanità

Jacob Thaysen (Llumina).

Agricoltura

Brian Sikes (Corgill).

Servizi Finanziari

Larry Fink (BlackRock); Stephen Schwarzman (Blackstone); Jane Fraser (Citigroup); David Solomon (Goldman Sachs); Michael Miebach (MasterCard): Ryan McInerney (Visa).

  • Insomma, vista la compagnia, Taiwan, l’Ucraina, l’Iran e l’intero Medio Oriente forse possono pure mettersi in stand-by. Trump e Xi non litigheranno di sicuro, di fronte a un paio di contratti a tanti zeri.
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