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Trumpista prima di tutto

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12/03/2026

da Il manifesto

Andrea Fabozzi

La milite ignara Il voto per la separazione delle carriere è diventato un test quasi definitivo sui pieni poteri e sul dirigismo di governo: gli anticorpi democratici che ancora circolano nella società lo hanno decodificato e possono respingerlo

Non siamo complici, non siamo colpevoli, non siamo isolati. Non condividiamo ma neppure condanniamo. Questo solo oggi possiamo dire dopo aver ascoltato in parlamento Meloni, che non è Montale anche perché Montale era un grande poeta antifascista.

La presidente del Consiglio certamente non è antifascista e probabilmente non sarà mai grande – si può essere grandi anche nel male. Dopo quasi quattro anni di luna di miele con il Paese, certificata dai sondaggi e favorita da media, industria e finanza, affronta le prime vere difficoltà. Si nasconde e prova a tirare a campare ma così resta troppo lontana dalla sensibilità popolare. La guerra provoca paura e angoscia e Meloni pare inconsapevole dei rischi che corrono Italia ed Europa. Vuole galleggiare aspettando che passi la piena ma per la prima volta ci pare di vederla imbarcare tanta acqua.

Il contesto le è sfavorevole, sono gli ultimi giorni di una campagna elettorale che la sua maggioranza sta perdendo. Vedremo se perderà anche nelle urne, tre mesi fa era certa di vincere tanto da abbracciare una riforma, quella della magistratura, che non era nelle sue priorità ma in quelle di un alleato.

La sconfitta – che ci auguriamo – se arriverà sarà soprattutto sua. Il voto per la separazione delle carriere è diventato un test quasi definitivo sui pieni poteri e sul dirigismo di governo: gli anticorpi democratici che ancora circolano nella società lo hanno decodificato e possono respingerlo.

Meloni dunque è nervosa, i suoi le combinano un pasticcio al giorno quasi volessero favorire il No, i suoi giudizi si appannano. Ma c’è una spiegazione assai meno contingente per spiegare le difficoltà della presidente del Consiglio di fronte all’avvitarsi della guerra globale. Ha a che vedere con la vera natura di una leadership di estrema destra, con tratti eversivi e nostalgici, insofferente ai meccanismi della democrazia che prevedono e tutelano il dissenso, innervata da pulsioni razziste, vittimista in politica interna e revanscista in quella estera. Il coro che l’accompagna canta Meloni come tutt’altra figura: una pragmatica esponente di un conservatorismo moderato. A palazzo Chigi hanno voluto crederci, forse increduli che i tempi in cui erano orgogliosamente anti europei, no vax e complottisti come un qualunque Maga fossero già dimenticati.

Ma Meloni non è sbocciata nella leader rassicurante che i conservatori di questo Paese speravano (l’intera storia dei “liberali” italiani può riassumersi in questa attesa e in questi abbagli) e non può permettersi nessuna concorrenza a destra, arrivi da un leghista cialtrone o persino da un ex generale fascista. La sua adesione al trumpismo è una scelta di convenienza, il tentativo di afferrare una corrente ascensionale, ma sopratutto una collocazione naturale. Se non (ancora) le azioni politiche, le aspirazioni in fatto di deportazioni dei migranti e repressione del dissenso somigliano a quelle del collega americano. Il suo sprezzo per il diritto internazionale non è goffo e ridicolo come quello di Tajani ma altrettanto profondo. Nel Board of peace Meloni ci sta comoda come a braccetto con Orban. Due anni e più di appoggio sostanziale alla pulizia etnica del palestinesi da parte degli israeliani, del resto, hanno già detto tutto sul nostro governo in tema di diritti umani.

Che Meloni malgrado l’etichetta di nazionalista non abbia né la forza né volontà per dire qualcosa di sensato e chiaro contro il disastro che Trump e Netanyahu hanno scatenato e che colpisce direttamente i nostri interessi non è dunque una sorpresa. Che questa latitanza cominci a pesare e ad alienarle qualche consenso invece un po’ sì. È una sorpresa positiva ma scolorirebbe se a questo punto passassimo a parlare dell’opposizione. Meglio fermarsi.

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