13/09/2026
da Remocontro
«Migliaia di yemeniti hanno celebrato ieri nei distretti di Marib le vittorie dei combattenti sciiti di Ansarullah, noti in Occidente come Houthi, sui fronti della costa occidentale». Michele Giorgio, l’osservatore più attenti dal difficile fronte israeliano. Volti scuri in Occidente con il controllo pressoché completo della costa yemenita sul Mar Rosso e dello strategico stretto di Bab el Mandeb da parte degli Houthi
Gli Stretti attorno a quale collo?
Dopo Hormuz, controllato da Teheran, il movimento sciita yemenita ha nelle sue mani uno dei passaggi marittimi centrali per le esportazioni petrolifere dell’Arabia saudita. Direttamente minacciata, Riyadh valuta come reagire, cercando allo stesso tempo di digerire il colpo basso ricevuto dall’alleato Donald Trump, produttore di guai. Secondo quanto riportato da Axios, il principe ereditario Mohammed bin Salman, avrebbe telefonato due volte giovedì al presidente degli Stati Uniti per esortarlo a lanciare attacchi contro i ribelli Houthi in Yemen. Trump ha risposto di «no, almeno per il momento». Tuttavia, stando alla Cnn, la Casa Bianca garantisce la presenza di 200 consiglieri militari statunitensi in Arabia saudita, con l’obiettivo di «fornire supporto di intelligence nella campagna contro gli Houthi». Trump cerca ancora di comandare ma ormai pochi gli danno ancora credito.
I conti in tasca dei Saud
La monarchia dei Saud, intanto, fa i conti con le ripercussioni economiche della guerra di Trump all’Iran. «La produzione di petrolio è crollata a 6,24 milioni di barili al giorno ad agosto, raggiungendo il livello più basso registrato dal 1990, a causa dell’interruzione dei flussi energetici in tutto il Medio Oriente». E Michele Giorgio spiega il nuovo guaio: «L’Arabia saudita si era affidata al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per aggirare Hormuz. Ma quel corridoio alternativo è stato sottoposto a crescenti pressioni dopo che gli Houthi hanno dichiarato l’embargo marittimo contro Riyadh il 20 luglio e hanno rivendicato attacchi contro petroliere e impianti energetici». Dati di fatto verso un netto peggioramento, con i carichi provenienti da Yanbu sono scesi al livello più basso degli ultimi sei mesi. Nonostante ciò, l’Arabia saudita ha provato a favorire l’incerto amico americano con 7,1 milioni di barili al giorno nel mese di agosto, «una quantità superiore alla sua produzione dichiarata. Il Brent, intanto, ha superato i 100 dollari al barile questa settimana».
Il mondo armati della sponda africana
L’avanzata degli Houthi lungo la costa non ha messo in allarme solo l’Arabia saudita. Governi arabi, occidentali e africani cominciano a guardare all’altra sponda dello stretto per contenere la sconfitta dei governativi in Yemen. «In questo contesto, Gibuti assume un’importanza eccezionale: il Paese africano è sulla sponda occidentale dello stretto di Bab el Mandeb e già ospita una concentrazione di basi militari straniere senza paragoni nel continente». Primo, Camp Lemonnier, la principale base Usa in Africa. La Francia mantiene un’eredità del periodo coloniale, con installazioni terrestri, aeree e navali. La Cina dal 2017 ha la sua roccaforte militare all’estero, mentre il Giappone dispone dal 2011 della sua prima base militare fuori dal territorio nazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia è presente dal 2013 con la base militare di supporto «Amedeo Guillet» a Gibuti. Oltre a strutture militari tedesche, spagnole e britanniche, che operano dalle basi americana e francese.
Gibuti e Israele
«Gibuti potrebbe diventare il punto di raccolta di intelligence, rifornimenti e operazioni navali e aeree dirette a proteggere il traffico marittimo all’imboccatura del Mar Rosso, se Bab el Mandeb dovesse diventare un fronte stabile della guerra nella regione». Sottolineatura non da poco, se la colleghi a Israele, che non resta certo in disparte, avendo interesse diretto a impedire che gli Houthi, sostenuti da Teheran, consolidino il controllo delle rotte marittime del Mar Rosso. Il porto di Berbera, nel Somaliland, che Israele, primo Paese al mondo, ha riconosciuto come Stato indipendente, offre una posizione strategica sul Golfo di Aden che le forze armate dello Stato ebraico contano di sfruttare. Una recente inchiesta di Le Monde ha rivelato che gli Emirati starebbero costruendo a Berbera una base destinata all’uso congiunto con Stati Uniti e Israele.
Ancora due anni?
- Mai come in questi giorni, a Riyadh si rammaricano di non aver portato a termine, nel 2018, la trattativa con Gibuti per l’apertura anche di una base militare saudita. Un passo che i Saud potrebbero dover compensare con la grande offensiva navale contro gli Houthi di cui si è parlato nei mesi scorsi. Ma è un impegno militare che i regnanti Saud non possono intraprendere da soli. Ma quanto dovranno ancora aspettare per riavere un alleato affidabile negli Stati Uniti?

