16/04/2026
da Remocontro
La notizia dal Financial Times sulle ambiguità che stanno affossando la credibilità dell’UE. L’Unione rincorre il gas russo per non farsi strangolare da Hormuz, ma insiste sull’apparente rifiuto e divieto delle forniture dalla Russia entro il 2027. Coerenza politica e raziocinio modello Trump.
Benedetto gas dalla Siberia
«Le importazioni dal ‘Yamal LNG’ in Siberia sono aumentate del 17% raggiungendo i 5 milioni di tonnellate nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025. Una spesa stimata di 2,88 miliardi di euro da parte degli Stati dell’UE per il gas proveniente dal vasto impianto russo». Questo mentre le forniture di GNL del Qatar si sono ridotte a seguito dei danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e del controllo iraniano dello Stretto di Hormuz».
Russia iper cattiva che ci salva
Il giornale britannico sottolinea che «Yamal rappresenta la stragrande maggioranza delle importazioni di GNL russo nell’UE». Circa 6,8 miliardi di metri cubi, in forte crescita rispetto ai 5,7 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente, toccando un record storico soprattutto a marzo. Eppure, la severità del rigore baltico anti russo viene confermata. Per finta almeno. Con Bruxelles che insiste sul divieto alle importazioni di GNL russo, che dovrebbe entrare in vigore a gennaio 2027. Mentre un divieto sulle importazioni tramite contratti a breve termine è già entrato in vigore.
Quelle 5 tonnellate di gas in 3 mesi?
Ma i 5 milioni di tonnellate di gas naturale consegnate in Europa nei primi tre mesi dimostrano «che gli acquirenti europei non hanno alcuna intenzione di smettere di acquistare GNL russo», insiste il Financial Times. Dei 5 milioni di tonnellate, 1,8 milioni sono state consegnate a marzo. L’aumento stimato della spesa dell’UE per il GNL russo nel primo trimestre si basa sul forte incremento dei prezzi del gas registrato il mese scorso. A marzo, il prezzo medio del gas in Europa si è attestato intorno ai 52,87 euro per megawattora, rispetto ai 35 euro/MWh di gennaio e febbraio.
Commissione Ue da ‘No comment’
Di fronte all’ennesima contraddizione europea la Commissione von der Leyen interpellata da FT, non ha risposto alla richiesta di commento. «Sebbene non siano noti i dettagli dei contratti relativi al progetto Yamal, fonti vicine al progetto hanno affermato che i prezzi previsti dagli accordi a lungo termine godono di una certa flessibilità e aumentano in periodi di prezzi energetici elevati». Insomma, si fa quello che si può e non quello che si dice. Eppure il commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen, ha invitato i 27 dell’Ue a ridurre il consumo di petrolio, per far fronte al caro energia dovuto alle tensioni in Medio Oriente.
L’austerity e il boom dell’export russo
«Oltre al rilascio delle scorte di emergenza, le misure volontarie di riduzione della domanda rappresentano un ulteriore strumento essenziale di risposta, come evidenziato dal recente piano in 10 punti dell’Aie per ridurre l’uso del petrolio. Alla luce della situazione attuale, gli Stati membri sono invitati a promuovere misure di risparmio della domanda, in conformità con i propri piani di emergenza, con particolare attenzione al settore dei trasporti», si legge in una lettera inviata da Jorgensen ai ministri dell’Energia dei paesi aderenti all’Unione. «E a notificare alla Commissione eventuali rischi emergenti».
Sola alternativa reale non compare
Secondo i calcoli dell’agenzia Reuters, ad aprile le entrate dalla principale imposta sul petrolio in Russia raddoppieranno, raggiungendo i 9 miliardi di dollari, a causa della crisi petrolifera e del gas innescata dall’attacco statunitense e israeliano all’Iran. Reuters si riferisce a informazioni basate su dati di produzione e prezzi del petrolio: la tassa russa sull’estrazione mineraria del petrolio aumenterà ad aprile a circa 700 miliardi di rubli (9 miliardi di dollari), rispetto ai 327 miliardi di rubli di marzo. Le entrate sono in aumento di circa il 10% rispetto ad aprile dello scorso anno. Per l’intero 2026, la Russia ha previsto entrate per 7.900 miliardi di rubli derivanti dalla tassa sull’estrazione mineraria.
Ipocrisia Ue senza decoro
La Ue ufficialmente rifiuta il petrolio e il gas russo preferendo l’austerity che, insieme ai prezzi energetici gonfiati, minaccia di dare il colpo di grazia all’industria e pure alle piccole e medie imprese in Europa. Ipocrisia politica Ue con gli Stati lasciati liberi –senza dirlo-, di arrangiarsi. Con qualcuno che ora ritorce. «Noi compriamo da Mosca materiali per costruire batterie elettriche e pannelli solari, ma non possiamo comprare gas e petrolio che abbatterebbero i costi. L’Unione Europea e la Commissione Europea stanno facendo la guerra alla Russia per difendere l’Ucraina o stanno continuando a fare la guerra alle loro industrie per distruggerle?».
L’Eni per il petrolio russo
A chiedere lo stop al bando dell’energia russa è anche l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi che propone di sospendere il bando al gas russo oltre alla tassazione europea delle emissioni Ets. Botta e risposta immediata da Mosca. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che la Russia è pronta a continuare a fornire gas all’Unione Europea» se ci saranno volumi residui dopo le forniture ai mercati alternativi», ha riportato l’agenzia di stampa statale russa TASS. Una non molto velata ripicca rispetto alla astiosa ufficialità dell’Unione viziata dal blocco dei politici baltici in Commissione.
Disponibilità condizionata di Mosca
- L’Ue oggi importa gas a prezzi elevatissimi soprattutto dagli Stati Uniti, e deve anche ringraziare. I dati 2026 ci dicono che oltre due terzi del gas importato finora nell’UE proviene dagli Stati Uniti, ma i livelli medi di stoccaggio del gas nell’UE rimangono al di sotto delle medie in vista della cruciale stagione estiva. L’amministrazione statunitense -che predica severità ma è pronta agli sconti-, ha invece prorogato la deroga che consente di acquistare parte del petrolio e dei prodotti petroliferi russi soggetti a sanzioni, per controllare i prezzi globali dell’energia durante la guerra contro l’Iran. Si chiama Realpolitik.

