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UK pieno di debiti, ma i politici pensano alla guerra

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Politica estera

05/09/2026

da Remocintro

Piero Orteca

Corsa a ostacoli per il nuovo Premier laburista Burnham, atteso al varco da un bilancio che fa acqua da tutte le parti. L’altolà della Banca d’Inghilterra, dopo che è aumentata la spesa per interessi. Del Parlamento invece: “occorre sensibilizzare la gente, spiegandole la possibilità di un conflitto con la Russia”. Roba da manicomio.

Londra, cresce l’indebitamento

Al sempre caustico “Telegraph” non sembra quasi vero, di potere scaricare su Andy Burnham, come ha fatto ieri, tutta la valanga di perplessità, che circolano, sul futuro finanziario non proprio glorioso che attende a breve scadenza il Regno Unito. Certo, il nuovo Premier è appena arrivato, ma ha già trovato una tale baraonda contabile da togliere il sonno. Lui non ha colpe. O, almeno, diciamo che prima di atterrare a Downing Street forse si è lasciato andare a un vero campionario di promesse assortite che, adesso, dopo essersi imbarcato su un caicco che fa acqua da tutte le parti, gli viene improbo onorare. Il discorso è vecchio quanto il cucco e lo capiscono anche quelli che non sono laureati a Oxford: lo Stato britannico è in bolletta e finora, dimenticando la passata grandezza, è andato avanti facendo debiti. Come la Grecia dei tempi bui. Ovvio, non siamo a quei livelli, perché il debito pubblico viaggia ancora sul 94% del Pil. Ma quello che fa paura non è tanto il suo ammontare, in sé e per sé, quanto piuttosto la velocità con la quale cresce. Si gonfia come un panettone a tripla lievitazione, facendo aumentare l’esposizione dello Stato. E, quindi, anche gli interessi che il Tesoro (cioè il popolo) deve pagare sul malloppo, prima prestato e poi velocemente speso. O “dissipato”, come dicono le malelingue. Il problema è che il Labour, al potere, deve garantire un’erogazione accettabile dei servizi sociali (se no che socialismo sarebbe?). A cominciare dalle pensioni. E qui cominciano i verbi difettivi, perché il sistema traballa e, negli ultimi anni, sono già giunti alle orecchie di milioni di “retired” sinistri scricchiolii. Un po’ come si è verificato nella Francia di Macron, dove, il prode erede di De Gaulle, dopo avere minacciato fuoco e fiamme, ha fatto un’ampia ritirata strategica e ora preferisce lasciare l’Eliseo nel buio della notte. Dopo avere rinunciato alla riforma.

Spese, tasse e difesa

Siamo sempre là. Se Sigmund Freud scrisse una profonda analisi sui “Totem e tabù”, certo non pensava al significato simbolico della  guerra. O, almeno, parlava di altri tipi di violenza, più subliminali. Oggi, però, possiamo trasporre quasi psicanaliticamente il suo pensiero a un’intera classe politica, che sembra aver dimenticato il valore della diplomazia e la sacralità della vita. Non sorprende, dunque, che il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, esprima timori sul fatto, come titola il Daily Telegraph, “che la spesa per la difesa alimenti la turbolenza sul mercato obbligazionario”. Avvertendo “che l’incertezza su come finanziare i maggiori bilanci militari sta preoccupando gli investitori”. E badate bene, il fenomeno, secondo Bailey, non riguarda soltanto Sua Maestà britannica, ma anche il resto delle democrazie industriali globali. “Il Governatore della Banca d’Inghilterra – scrive tagliente il Telegraph – ha avvertito che le preoccupazioni relative alla spesa per la difesa stanno alimentando la turbolenza nei mercati obbligazionari di tutto il mondo”. Cosa che ci mette più di una pulce nell’orecchio, specie nel momento in cui si assiste a una precipitosa e disordinata riconversione dei sistemi produttivi, dagli impianti in crisi della metalmeccanica e dell’automotive, al ricco (ma potenzialmente sanguinoso) settore delle armi di ogni tipo. Una rivoluzione imposta dal crollo verticale degli ordinativi, specie dopo le scelte, sbagliate nella tempistica e nelle procedure, della cosiddetta “transizione verde”. Per Burnham e per il Regno Unito la sfida adesso è quella di arginare la crescita del deficit su Pil, cioè dell’indebitamento netto annuo, che viaggia su vette sudamericane. Keir Starmer ha perso la poltrona di Premier anche per questo. 

Lo scetticismo del WSJ

Nonostante le promesse e i solenni impegni che arrivano dal nuovo inquilino di Downing Street, il Wall Street Journal resta abbastanza pessimista. “Gli investitori temono che Burnham aumenterà la spesa pubblica senza aumentare le tasse”, titola il giornale finanziario di New York, sottolineando che, contrariamente all’effetto che ci si aspetterebbe dopo le parole “rassicuranti per i mercati” di Burnham, l’andazzo delle contrattazioni è stato scoraggiante. “Il governo britannico sta adottando misure per ridurre il debito pubblico e continuerà a rispettare le regole di bilancio autoimposte – ha dichiarato mercoledì il Primo Ministro – ai parlamentari. Ma intanto i rendimenti dei titoli di Stato britannici sono aumentati bruscamente negli ultimi giorni, in un contesto di vendite che riflette in parte le preoccupazioni per l’inflazione, dato che il conflitto in Medio Oriente continua a bloccare lo Stretto di Hormuz, impedendo il transito di merci energetiche”. “Stiamo adottando le misure necessarie per ridurre il debito – ha affermato Burnham – e questo sarà un governo fondato sulla responsabilità fiscale”. Il problema per lui (e per tutto il sistema-paese britannico) è che i mercati non gli credono. La finanza è fatta di numeri e non di giochi di prestigio politici o di suggestioni ideologiche. Quello che ha funzionato per Andy Burnham con gli elettori di Manchester, nella City, a Wall Street o alla Borsa di Tokio, te lo puoi scordare. “Gli investitori – sentenzia lapidario il Journal – temono che Burnham aumenterà la spesa senza aumentare le tasse, per generare un gettito fiscale equivalente, con un nuovo bilancio che verrà presentato il prossimo 28 ottobre”.

Parlamento UK e armi

“Che cos’è un approccio alla difesa e alla sicurezza che coinvolga l’intera società? È il titolo del Rapporto del Parlamento britannico, presentato alla Camera dei Comuni, e apparso qualche giorno fa, “a orologeria”. Pensioni, welfare, scuola, Sistema sanitario nazionale? Assolutamente no. Di questo si discute, invece, oggi a Westminster:

  • “In un mondo sempre più pericoloso instabile, e con le agenzie di intelligence che mettono in guardia da un possibile attacco russo contro un alleato della Nato entro i prossimi quattro anni, crescono le domande sulla capacità del Regno Unito di scoraggiare e resistere a un eventuale attacco. La prontezza delle forze armate e l’ammontare della spesa per la difesa del Regno Unito hanno dominato questo dibattito. Tuttavia, sia la Strategic Defense Review del 2025 che la National Security Strategy hanno riconosciuto che la difesa e la sicurezza devono diventare un impegno che coinvolga ‘l’intera società’, utilizzando le risorse e le capacità non solo delle forze armate, ma anche del governo, dell’industria, della società civile e della popolazione in generale. Questo documento informativo intende fornire una breve spiegazione di un approccio alla difesa e alla sicurezza che coinvolga ‘l’intera società’ e di come esso si inserisca in questioni più ampie di resilienza nazionale”. Insomma, stanno ricreando, ad arte, lo stesso clima del 1938.
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