20/02/2026
da Il Manifesto
Asia occidentale Trump e Netanyahu non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per muovere guerra a Teheran. Ma essere stati lì ieri è un modo per assentire, non dissentire
Sottomissione. È questa la parola che definisce la partecipazione di stati vassalli al Board of Peace inaugurato da Trump mentre si fanno sempre più insistenti gli echi di una nuova guerra del Golfo di Usa e Israele contro l’Iran. Il presidente Usa è stato esplicito: «Chi non è seduto a questo tavolo fa il furbo e non si fa i furbi con me». Minacciando poi sfracelli se tra una decina di giorni non si arriverà a una soluzione negoziata con l’Iran.
QUANTO A GAZA, lui nella Striscia devastata vede già una pace che non c’è per nessuno: i palestinesi continuano a morire e soprattutto per loro Trump non delinea nessun futuro concreto. Stare seduti lì, anche da osservatori come l’Italia, è un atto di sottomissione e vassallaggio. Si legittima e si aderisce a un club dove Trump si è autonominato presidente a vita e designa il suo successore, dove ha potere di veto su tutto e i membri sono chiamati a ratificare le sue decisioni non soltanto su Gaza ma su ogni crisi internazionale. Trump e Netanyahu non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per muovere guerra a Teheran – lo hanno già fatto il giugno scorso – ma essere stati lì ieri è un modo per assentire, non dissentire.
La sottomissione al club, dove si esprime il delirio di onnipotenza (e forse la follia) di un uomo già coinvolto con Epstein e i suoi accoliti in un network mondiale di pervertiti e di spie (vedi l’arresto dell’ex principe britannico Andrea) richiede anche qualche giustificazione. Quelle date dal rappresentante italiano Antonio Tajani sono risibili. Il ministro sostiene che la creatura di Trump sia compatibile con la costituzione italiana. Ma non è così. Per le sue caratteristiche il Board of Peace risulta incompatibile con la costituzione italiana: è chiaro che ogni forma di partecipazione dell’Italia comporta una limitazione di sovranità ma non certo in condizione di parità con gli altri membri, visto che tutti sono sottomessi alla volontà a all’arbitrio di uno solo, Trump.
IL RILIEVO NON È da poco: se questa è la linea del governo c’è da chiedersi perché l’Italia partecipa solo come Paese osservatore. O siamo di fronte alla solita ambiguità governativa oppure è presumibile che la piena adesione al club (previo versamento della quota sociale di un miliardo di dollari) sia soltanto una questione di tempo. Da noi al peggio non c’è mai fine.
O forse si, perché Tajani sostiene che il Board of Peace è l’unica speranza per la pace a Gaza e per la soluzione del conflitto con due popoli e due Stati. Strano che un governo così determinato alla pace, alla giustizia nei confronti del popolo palestinese non abbia niente da dire sulle nuove leggi israeliane per confiscare la terra degli arabi concepite e presentate pubblicamente da Netanyahu e i suoi alleati come la pietra tombale su uno stato palestinese. La realtà è che noi non siamo sottomessi soltanto a Trump ma anche a Netanyahu, al quale questo governo nel marzo 2023 ha appaltato la cybersicurezza dei servizi segreti.
L’IMPORTANTE quando si fanno affari di questo tipo con Israele è non finire come Epstein, frequentatore dell’intelligence israeliana, che aveva offerto all’ex premier Ehud Barak di entrare nel consiglio di amministrazione di Palantir, una società che produce software di sorveglianza, e considerava Israele importante non solo per le relazioni personali ma anche come «strumento geopolitico». Il nuovo club di Trump – dove per la verità ieri Netanyahu non è andato di persona – riproduce questa logica delle élite di potere e di soldi che si spartiscono il mondo e il business (oltre che il sesso).
Con il Board of Peace, Trump e gli Stati uniti si presentano senza veli. L’imperialismo americano non è certo nato con Trump ma questo presidente non si preoccupa di nascondere le ingerenze, non le traveste con discorsi moralistici come facevano i suoi predecessori. Sta semplicemente stravolgendo l’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale per tornare la colonialismo ottocentesco, quando le grandi potenze si scambiavano territori senza preoccuparsi della sovranità e delle popolazioni locali. In un logica di spartizione delle zone di influenza che piace sia a Trump che a Putin.
Poi naturalmente c’è anche la guerra. Oggi gli Usa non cercano tanto di rovesciare i governi quanto di metterli in riga, come è avvenuto in Venezuela, o di strangolarli economicamente come sta accadendo in maniera drammatica a Cuba, lontana da ogni interesse occidentale, quindi ignorata.
CERTO CON L’IRAN il discorso è più complesso e l’amministrazione Trump è consapevole che un cambio di regime avrebbe conseguenze importanti in Medio Oriente e non solo. Per questo si parla di un conflitto ben più lungo della guerra dei “dodici giorni” del giugno scorso, perché coinvolge il Golfo dove passa il 40% dei rifornimenti petroliferi mondiali e ci sono, oltre a Israele, i ricchi alleati americani, quelle monarchie per le quali ogni sussulto può diventare un dissesto geopolitico. Chiamati ieri a parlare di un’ipotetica pace a Gaza, gli stati del Medio Oriente domani potrebbero scivolare in una nuova guerra. Di cui conoscono già la logica: non pacificare la regione ma destabilizzarla, come avvenne in Iraq nel 2003, per disgregarla e lasciarla in mano alla potenza incontrastata di Israele.

