12/09/2026
da Il Manifesto
Ex Ilva Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro
«Tutto è compiuto» dicono i tarantini al termine dei riti della Settimana Santa, quando i «misteri» della passione di Cristo rientrano dopo una notte di incedere barcollante. Tutto è compiuto (o così sembra) anche per il siderurgico ex Ilva, dopo una via crucis che dura dall’estate 2012.
Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro.
Tale esito non è però il frutto di un qualche destino. Basta srotolare la pellicola degli ultimi quindici anni per fare il bilancio delle responsabilità. Il «peccato originale» è forse il rilascio della prima Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’Ilva dei Riva da parte del governo Berlusconi, nel 2011: un compromesso al ribasso che lascia in piedi una situazione critica sul piano ambientale, delude il movimento ambientalista e presto finisce nel calderone dell’inchiesta per disastro ambientale avviata dai magistrati di Taranto. Questi però mettono nel mirino non solo l’inadeguatezza tecnica dell’Aia, ma soprattutto l’impatto sanitario dell’inquinamento. I tentativi dell’azienda di agitare il ricatto occupazionale non vanno a segno e, nel luglio 2012, arriva il sequestro dell’intera area a caldo e l’incriminazione dei vertici aziendali e di molti quadri intermedi.
Da questo momento la crisi si avvita e diventa drammatica soprattutto per il venir meno del soggetto imprenditoriale. Con il commissariamento del 2013 (governo Letta) e, ancor più, con la messa in amministrazione straordinaria nel 2015, i Riva – che intanto continuano a operare nel settore con discreti successi – vengono estromessi. Lo Stato di fatto assume il controllo degli asset, ma si comporta da amministratore provvisorio: rimanda le decisioni strategiche in attesa di una soluzione definitiva al problema della proprietà. Ma intorno a questo punto si registrano ripetute incertezze e cambi di passo. Il mancato scioglimento di quel nodo vanifica un’opportunità di innovazione tecnologica: quella prospettata dal Piano ambientale stilato fra 2013 e 2014 dai commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi, che prefigurava sviluppi che ora stanno prendendo piede su scala globale.
Il nuovo governo Renzi dà invece priorità alla ricerca di un acquirente; si arriva così alla gara internazionale di vendita. È una partita che l’esecutivo perde nonostante fosse al contempo arbitro e uno dei concorrenti – avendo schierato Cassa depositi e prestiti a sostegno della cordata composta anche dall’indiana Jindal e dall’italiana Arvedi. L’insufficiente impegno finanziario di questa compagine finisce col far prevalere l’offerta di ArcelorMittal, allora il più grande produttore mondiale d’acciaio. Ma la gestione della multinazionale franco-indiana si rivela catastrofica, confermando i timori chi aveva ipotizzato un’acquisizione finalizzata alla cannibalizzazione di un concorrente. Il governo rientra in campo dopo una lunga trattativa che concede robuste compensazioni ad ArcelorMittal, ma continua a mancare un progetto. Nell’estate 2025 il ministro Urso prospetta un piano ambiziosissimo che immagina un cambio di paradigma tecnologico, ma tutto si incaglia ancora una volta per l’assenza di un soggetto imprenditoriale credibile – il solo che si era palesato, la piccola Baku Steel, si tira indietro dopo essersi vista bocciare dalle istituzioni locali l’installazione di una nave rigassificatrice.
Queste vicende hanno visto alternarsi sette governi, a cui hanno dato sostegno tutte le forze politiche dell’attuale arco parlamentare. Riconoscere che la catastrofe di Taranto costituisca il fallimento di un’intera classe dirigente non è del tutto esagerato. Anche perché, nel mentre, altri grandi interventi pubblici, come le bonifiche, l’adeguamento del porto, il contratto istituzionale di sviluppo hanno prodotto risultati deludenti. E questo getta un’ombra inquietante sul futuro di una comunità che, proprio a causa della mancata risoluzione della crisi dell’ex Ilva, si è profondamente lacerata e ora rischia un salto nel buio.

