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A un passo dal collasso. L’industria aggrappata alla cassa integrazione

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Lavoro

14/05/2026

da Il Manifesto

Alex Giuzio

Crollo verticale A Bari l’assemblea nazionale della Fiom Cgil, De Palma: «La vetrina del turismo non risolve i problemi strutturali, culturali ed economici»

Centomila posti di lavoro persi dal 2008, oltre 48 milioni di ore di cassa integrazione in più in un anno, produzione in picchiata ed elevata dipendenza dall’estero. L’industria metalmeccanica italiana arretra in quasi tutti i settori e Fiom Cgil invita il governo a rilanciarla a partire dal Mezzogiorno. L’appello arriva da Bari, città scelta dal sindacato per la sua assemblea nazionale che si conclude oggi, dove il segretario generale Fiom Michele De Palma ha lanciato una «vertenza nazionale sull’industria». Ieri il responsabile del Centro studi Fiom, Matteo Gaddi, ha diffuso dati impietosi: la ripresa occupazionale è «inferiore ai livelli del 2008» e la produzione industriale cala in ogni comparto tranne aerospazio, navalmeccanica e difesa. I settori più in crisi sono quelli in cui l’Italia era un’eccellenza: automotive (meno 48% di produzione dal 1995 a oggi), elettrodomestici (meno 45%), siderurgia (meno 27%) e manifattura (meno 18%). Spiccano i crolli produttivi di acciaio (9 tonnellate in meno dal 2011 al 2024) e automobili (da 1,4 milioni di unità nel 2000 a 237mila nel 2025).

«QUESTI TREND sono confermati dai dati sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali», ha evidenziato Gaddi. Tra il 2024 e il 2025 le ore di cassa integrazione sono passate da 260 a 308 milioni, «corrispondenti a una media mensile di oltre 148mila posti di lavoro». Nei primi tre mesi del 2026 la situazione non cambia: «La media mensile di cassa integrazione autorizzata è di circa 23 milioni di ore, che corrispondono a quasi 133mila posti di lavoro», ha aggiunto il responsabile del Centro studi. Le prospettive negative riguardano l’intera Europa, dove la produzione industriale è in calo sia a dicembre 2025 (meno 0,6%) che gennaio 2026 (meno 1,5%), quando «il livello si è attestato al di sotto dell’1,9% rispetto alla media registrata al quarto trimestre del 2025». La situazione è aggravata dall’attuale contesto internazionale tra guerre, crisi energetica e dazi di Trump, tanto che le previsioni di crescita del Fmi pubblicate lo scorso aprile stimano per l’Ue un declino dall’1,4% del 2025 all’1,1% nel 2026. Al contrario gli Usa dovrebbero passare dal 2,1% al 2,3%. In Europa l’unico paese con prospettive positive di crescita è la Germania (da 0,2% nel 2025 a 0,8% nel 2026) mentre l’Italia resta ferma al palo con lo 0,5%. Il nostro paese, ha detto Gaddi, «mostra un’evidente debolezza strutturale e di lungo periodo, che deve essere affrontata attraverso adeguate politiche pubbliche industriali» concentrate in particolare sulle «grandi transizioni ecologiche, digitali e produttive». Pesa anche l’elevata dipendenza dalle importazioni: per i semiconduttori sono aumentate del 158% nel decennio 2004-2014 in Ue, che produce solo il 45% degli apparati per le telecomunicazioni (il 22% se si considerano anche gli smartphone) e appena l’8% degli impianti fotovoltaici.

QUELLO DELLE RINNOVABILI è uno dei settori col maggiore tasso di dipendenza: tra il 2018 e il 2023 la produzione interna delle turbine eoliche è aumentata del 14%, a fronte del più 117% sulle importazioni; quella delle pompe di calore del 161% ma le importazioni del 380%. Secondo il segretario generale Fiom De Palma, «l’industria metalmeccanica e di conseguenza l’Italia sono a un passo dal collasso economico. Su questo si devono assumere la responsabilità il mondo delle imprese e le istituzioni». De Palma ha rivolto un appello «alla classe dirigente democratica e progressista che ha responsabilità di governo nel Mezzogiorno», ricordando che «la vetrina del turismo non risolve il problema strutturale, culturale, industriale ed economico della società». In particolare la Puglia «rischia la desertificazione industriale» con la crisi dell’Ilva e dell’automotive. E all’esecutivo nazionale ha ricordato l’urgenza di «un piano straordinario di investimenti per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione» nonché di «intervenire per aumentare i salari delle persone e ridurre l’orario di lavoro, salvaguardando l’occupazione».

NON BASTA il provvedimento sul «salario giusto» approvato lo scorso primo maggio dal governo Meloni, ritenuto «una presa in giro – il commento del segretario della Cgil, Maurizio Landini, che ha chiuso l’assemblea – non cancella i contratti pirata. Anzi ha l’obiettivo di non introdurre il salario minimo e di non fare una legge sulla rappresentanza». Nello scenario della globalizzazione e del libero mercato, ha concluso Landini, «i processi che hanno governato l’economia in questi anni hanno portato alla guerra e peggiorato il modo di fare impresa. Oggi rimettere al centro il lavoro e l’industria non è solo una rivendicazione sindacale, ma ha un significato politico». Tra le soluzioni proposte da Fiom Cgil, occorre «scongiurare il processo di deindustrializzazione, le delocalizzazioni e le acquisizioni da parte di società straniere e fondi finanziari speculativi. Una politica industriale pubblica e programmata dev’essere capace di orientare gli investimenti verso i settori strategici e ridurre la dipendenza dall’estero nei comparti chiave».

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