23/07/2026
da il Manifesto
Il canto delle sirene Scontri istituzionali. Isolare e criminalizzare il dissenso è una strategia che produce solo sospetti verso un corpo dello stato. Il Sap alza il livello della tensione e denuncia il primo cittadino: «Paghi i danni».
Che un governo di destra attacchi un’amministrazione comunale di centrosinistra, di per sé, non è una grande notizia. Che questi attacchi avvengano con toni particolarmente spaventosi già segna uno scarto rispetto al passato che dovrebbe quantomeno far riflettere. Ma è il segno dei tempi.
Da Trump in giù, ovunque nel mondo la destra sembra aver perso ogni freno inibitorio e non si fa problemi a dire (e fare) cose pazzesche. Il problema – ed è un problema serio – arriva quando questi attacchi vengono da un corpo dello stato.
A Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir e la piazza finita a tafferugli del giorno successivo, il sindaco Matteo Lepore non è soltanto sotto il fuoco incrociato della maggioranza di governo (e anche di qualche esponente del suo stesso partito), ma è costretto a fare i conti pure con l’ostilità sempre più esplicita degli ambienti polizieschi.
Il Sap, il Sindacato autonomo della polizia, ha dato ieri incarico a un avvocato (la star televisiva Valter Biscotti) di denunciare il primo cittadino di Bologna in ogni sede affinché «risponda dei danni causati dalla manifestazione da lui convocata».
Si dirà: ma è il solito Sap, quello che nel 2014 diventò famoso per il lungo, fragoroso e sentito applauso che la sua assemblea nazionale riservò a tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per l’omicidio di Federico Aldrovandi. Cosa aspettarsi da gente del genere?
Descrivere questa organizzazione come il solito pittoresco circoletto di estrema destra, tuttavia, vuol dire però sottovalutarlo: parliamo sempre del secondo sindacato dei poliziotti per numero di iscritti. E, nonostante la proclamata «equidistanza» dalle forze politiche, non si può non ricordare che il suo segretario più famoso, Gianni Tonelli, nel 2018 è stato eletto alla Camera con la Lega.
NEL GIOCO fetente della propaganda, sempre ieri, il Sap non si è limitato ad annunciare la sua azione legale, ma ha anche lanciato nel dibattito la testimonianza di un suo iscritto, l’agente Luca Calabrese, «da 22 anni in servizio al reparto mobile di Bologna». Ferito durante gli scontri di lunedì sera in piazza Roosevelt, davanti alla prefettura. Ha parlato di «guerriglia urbana», di «qualcosa che ti segna quando si indossa una divisa» (sic), di «livello di violenza» che «si è alzato con questo astio nei confronti delle forze dell’ordine». Poi, tanto per gradire, ha anche rivendicato di aver personalmente «sparato oltre cinquanta lacrimogeni».
Ovviamente le sue parole sono state riprese da tutta la banda mediatica di fiancheggiatori del governo, impegnatissimi a consacrare l’estate sull’altare dell’eterno allarme sicurezza. Un tentativo più o meno disperato di inseguire i consensi in uscita da destra con Vannacci, con l’ulteriore consapevolezza di affondare il colpo in un punto debolissimo del cosiddetto campo largo. Che ci casca sempre e ancora parla di sicurezza tema di sinistra e necessità di fare prevenzione, qualsiasi cosa vogliano dire certe espressioni.
Se, in questa enorme difficoltà, è quasi comprensibile che Lepore si giustifichi dicendo che lui aveva convocato una manifestazione pacifica e che non ha alcuna responsabilità per quanto avvenuto dopo, trattare chi si è trovato in mezzo agli scontri come un corpo estraneo, anzi ostile, significa non vedere un qualcosa che comincia ad essere molto evidente.
La «colpa» dei disordini, se di colpa si può parlare, non è infatti dei famigerati centri sociali o dei collettivi che pure sono andati a protestare. Prova ne sia il fatto che, a un certo punto della manifestazione, le realtà organizzate hanno provato a far partire la folla in corteo, cosa che probabilmente avrebbe evitato i tafferugli.
IL FATTO è che la folla di cui sopra non ne ha voluto sapere di spostarsi. In centinaia, giovani e giovanissimi soprattutto, molti di seconda o terza generazione, non desideravano altro che stare in piazza Roosevelt per farsi sentire e vedere da un’istituzione che ormai guardano con sospetto.
Bisognerebbe dunque domandarsi da dove viene questo sospetto. Chi lunedì sera ha fatto quello che ha fatto è chi da anni vede davanti a sé un futuro bello da sputargli in faccia e nessuno intenzionato a rappresentare davvero i suoi diritti e i suoi bisogni. E quando arrivano i problemi – perché i problemi prima o poi arrivano – la risposta è sempre la stessa: botte e denunce. Gli ultimi pacchetti sicurezza, in fin dei conti, dicono questo: ci sono tante nuove norme che puniscono chi protesta e tante nuove norme che tutelano chi queste proteste le reprime.
IL SOSPETTO verso le istituzioni, peraltro, non abita solo in Italia. Perché non è un fatto geografico, ma generazionale e dunque politico. Uno degli slogan che negli ultimi tempi si sente più spesso nelle strade attraversate dai cortei, non a caso, è in francese. E parla a nome di tout le monde.

