19/10/2026
da Remocontro
Trump fa pressioni brutali su Zelensky e studia un’offerta in quattro punti elaborata con Francia, Germania e Regno Unito. È la prima volta che i paesi europei ipotizzano seri negoziati con Mosca. Gas e petrolio sono la chiave di volta di questa proposta. L’Italia non tocca palla. Le risposte di Federico Petroni su Limes.
Pressioni di Trump a tutto campo
In questi giorni, Donald Trump sta facendo enormi pressioni, arrivando a invocare le dimissioni di Volodymyr Zelensky, affinché l’Ucraina smetta di attaccare le raffinerie della Russia. Il punto è capire perché. La risposta, non scontata, nasconde la vera notizia della settimana: gli Stati Uniti stanno elaborando una nuova proposta per la Russia per fermare la guerra – e lo stanno facendo per la prima volta (questa è la vera notizia) non contro i paesi europei ma assieme a loro.
Due possibili interpretazioni
La pressione di Trump si può interpretare in due modi. Il primo, il più facile, è che un Trump seccato dall’incapacità di fermare le guerre d’Ucraina e d’Iran fa di tutto per contenere i danni in vista delle elezioni parlamentari in cui il costo della vita – e del gasolio in particolare – affossa i suoi consensi al punto da rischiare di consegnare il Congresso ai democratici. Lettura plausibile ma limitata alla sola persona del presidente, dunque incompleta. Ma c’è una seconda interpretazione. Trump fa pressione su Kiev per recapitare a Mosca una nuova offerta negoziale per chiudere la guerra. A parlarne è il Washington Post: lo scorso fine settimana in Florida gli inviati del presidente Jared Kushner e Steve Witkoff hanno discusso una proposta in quattro punti con emissari di Ucraina, Francia, Germania e Regno Unito
Una notizia importante
Anzitutto per la fonte: l’autore, David Ignatius, è uno dei giornalisti più vicini ai servizi segreti statunitensi, il che non lo rende automaticamente attendibile ma di certo non è una voce trumpiana, anzi è intimo degli apparati che più hanno usato l’Ucraina in funzione antirussa. Dunque la notizia riflette probabilmente un consenso crescente nelle burocrazie che sia ora di trattare. Poi, a differenza degli altri tentativi negoziali, questa volta i principali paesi europei non sono tenuti fuori, hanno un ruolo. È il segno, come vedremo, di un crescente dibattito, anche dentro il governo ucraino: dobbiamo cambiare approccio, quello attuale non funziona, dobbiamo negoziare seriamente coi russi?
I quattro punti dell’offerta Usa
I quattro punti della nuova offerta americana o euro-americana.
Primo, la ricostruzione dell’Ucraina: la Banca mondiale e il fondo d’investimenti Blackrock fornirebbero i finanziamenti per ricostruire un paese distrutto, spopolato e con milioni di reduci o di famiglie di caduti da reintegrare.
Secondo, i territori: la linea del fronte verrebbe congelata alla sua attuale posizione. Nessuno scambio di territori. Gli eserciti si fermano dove sono. I russi si tengono quello che controllano, di fatto anche senza un riconoscimento di diritto.
Terzo, garanzie di sicurezza: per Kiev niente Nato – linea rossa sia dei russi sia degli americani – ma una garanzia equivalente all’articolo 5 che, ricordiamo, non è una promessa di entrare in guerra in caso di attacco ma di fornire supporto al paese attaccato. Ma a sorpresa a fianco di queste garanzie, ne spuntano anche per la Russia: Mosca negozierà coi paesi europei accordi che affrontino le sue preoccupazioni di sicurezza.
Quarto e ultimo, la Russia torna a vendere gas e petrolio in Europa, magari con un nuovo tubo, i paesi europei vedono calare i prezzi dell’energia, le sanzioni vengono pian piano smantellate, gli ucraini si prendono una parte dei proventi russi.
Quali novità e quanto credibili?
In che cosa è diversa l’offerta? La principale è che, per la prima volta, si allarga il campo ai rapporti Europa-Russia, fra le cause profonde del conflitto. Nel 2025 si negoziava solo sull’Ucraina. I termini generali erano noti: i russi si sarebbero presi l’intero Donbas, con ritiro delle truppe ucraine dalle parti di Donec’k e Luhans’k ancora non occupate dai russi; niente adesione alla Nato ma un esercito molto numeroso, armato con equipaggiamenti americani comprati dagli europei; niente truppe occidentali ma possibilità per eventuali volenterosi di intervenire in caso di violazione del cessate-il-fuoco; elezioni a Kiev, cioè cambio di governo.
La vecchia proposta Usa bocciata
La vecchia proposta americana naufraga perché gli ucraini e i paesi europei la rifiutano: la Russia deve continuare a indebolirsi sul fronte e se ci si ferma le cancellerie europee temono conseguenze interne, cioè legittimare i partiti nazionalisti che da anni dicono di fermarsi. Washington modifica la proposta ma a quel punto è Mosca a rifiutarla e l’inutile massacro continua. Gli Stati Uniti non possono semplicemente abbandonare l’Ucraina come fatto con l’Afghanistan. L’Europa non è Kabul: l’onda d’urto di un crollo creerebbe problemi ingestibili per gli americani. Inoltre, Trump ha bisogno di Zelensky, o di chiunque verrà dopo di lui, per vendere l’accordo al Congresso che deve rimuovere sanzioni e ratificare i trattati. Che cosa c’è di diverso oggi? Due grandi fattori. Gli intensi colloqui fra Cina, Russia e Stati Uniti per stabilizzare le rispettive rivalità. E un ruolo diverso degli europei di fronte all’aggravarsi delle guerre attorno al continente, a partire dall’Iran e dall’Ucraina stessa.
Il mondo di Trump
Partiamo con le grandi potenze. Washington è evidentemente impegnata in una serie di colloqui con Mosca e Pechino per evitare di scivolare in una guerra totale. Non si tratta di prove di ordine mondiale, di un G2 o G3, ma un tentativo di mettere argini che può comunque produrre novità. Vedremo cosa uscirà dai prossimi vertici Apec a Shenzen e del G20 in Florida, durante i quali i leader dei tre paesi potrebbero incontrarsi.
Difficoltà europee e ucraine
L’altro fattore, è la crescente difficoltà dei paesi europei e degli ucraini. Inizia a trapelare un dibattito sempre più insistente, se non sia arrivato il momento di trattare seriamente perché l’attuale strategia (se possiamo chiamarla così) non funziona e le armi stanno finendo, se non sono già finite. Inoltre, la guerra all’Iran e le sue ricadute sui mercati hanno reso insostenibile il costo dell’energia per le economie europee: il problema non è solo alla pompa della benzina, è soprattutto per la produzione manifatturiera. Se il sistema Hormuz-Bab al-Mandab continua a restare strozzato – e l’allargamento del conflitto all’Arabia Saudita lo suggerisce – continuare a fare a meno della Russia è letteralmente impossibile. Infine, alcuni funzionari ucraini dicono cose come: “L’economia russa soffre ma non collasserà, il nostro approccio non funziona, è ora di pensare assieme agli europei a un modo per uscirne”. Frase riportata dall’Atlantic, la testata americana più schierata con Kiev.
La guerra non sta ancora per finire
Intendiamoci. La guerra in Ucraina non sta per finire. Il governo russo deve rispondere. Mancano aspetti fondamentali come rinegoziare l’architettura di sicurezza del continente. Tuttavia, forse siamo all’inizio di una maggiore disponibilità delle capitali europee e di Kiev a seri negoziati. È importante che nel momento di massima tensione, con l’intensa campagna di sabotaggi dell’estate e di fronte al rischio di provocazioni al confine Nato-Russia, si inizi a parlare apertamente di soluzione negoziale. Per non allargare la guerra, allarga la soluzione.
Ci si poteva pensare prima? Si doveva.
- Restano molte domande. Concludiamo con tre. Come potranno gli europei dell’Est, polacchi e baltici in testa, accettare la riapertura dei rubinetti dell’energia russa, dopo che avevano sguaiatamente festeggiato l’esplosione di Nord Stream? Su quali basi negozieremo una nuova architettura di sicurezza nel continente? E se la guerra si fermerà, cosa giustificherà il riarmo con cui i dirigenti europei sognavano di salvare l’industria? Forse per una volta penseremo a come l’economia può servire i nostri paesi e non viceversa. Ma questa è davvero un’utopia.

