Fuori dalle urne Meloni ha costruito la sua disgrazia da sé, confermando di essere una leader politica sopravvalutata: se brilla è perché sono opachi alleati e avversari
Una sconfitta netta della destra al governo che è soprattutto un enorme pericolo scampato ma che non è ancora un segnale di vittoria per chi sta all’opposizione. Meloni ha costruito la sua disgrazia da sé, confermando di essere una leader politica sopravvalutata: se brilla è perché sono opachi alleati e avversari. Nulla le imponeva di portar avanti questa strampalata riforma della magistratura né di andare al referendum adesso, a campagna per le politiche sostanzialmente già aperta. Non è la prima che si fa prendere dall’ebrezza di potere e avrebbe dovuto imparare dal passato.
Innanzitutto dal referendum costituzionale del 2016, quello voluto da Renzi: il risultato di ieri molto gli assomiglia. Anche allora si diceva che un’affluenza alta avrebbe avvantaggiato i favorevoli alla riforma: fu alta in effetti ma perché a gonfiarla fu allora come oggi la voglia di dire no all’eccesso di potere. C’era, c’è ancora e resiste, radicata nelle convinzioni di una maggioranza di elettori italiani, una sorta di prudenza, di diffidenza verso chi si propone di strafare ed è una forma di reazione sana, interprete del principio costituzionale della separazione dei poteri. Tutti hanno capito che il referendum verteva in fondo su queste pulsioni autoritarie e sono gli anticorpi democratici a essersi attivati. È per questo che la vittoria del no è soprattutto un grande pericolo scampato.
Avremmo avuto un assetto della magistratura peggiore, con meno spazio per le garanzie, i magistrati dell’accusa sarebbero finiti nell’orbita del potere esecutivo. Eppure quello che ci ritroviamo intatto non è certo un sistema giudiziario del quale essere soddisfatti. La giustizia italiana è una casa assai malridotta (le carceri un’ignobile cantina degli orrori), l’abbiamo salvata dall’incendio ma va sistemata immediatamente senza darla vinta a chi, soddisfatto dell’esito referendario, torna a sostenere che nelle procure e nei tribunali italiani c’è tutto il bene mentre tutto il male sta altrove.
Non è così e lo prova il fatto che la vittoria del no si accompagna a un giudizio dei cittadini che resta severo nei confronti della magistratura. Il che dimostra quanto è grande la sconfitta di Meloni: bisognava proprio impegnarsi molto per perdere un referendum del genere. Per fortuna Nordio, Delmastro e la premier stessa si sono impegnati assai.
Il risultato non lascia dubbi: per il governo non è una sconfitta risicata, un testa a testa come una prima linea difensiva della destra ha provato a sostenere ieri nelle trasmissioni tv. Due milioni di elettori in più per il no sono un voto di opinione generale che ha riguardato nord e sud e ha bocciato tanto la riforma quanto la campagna elettorale del governo, forse la seconda più della prima. Il sì non è risultato vincente in nessuna delle prime dieci città italiane e solo in due delle prime 30 per popolazione; addirittura in tutte le città italiane grandi e medie (che hanno cioè più di 50mila abitanti, sono 138), il no ha perso appena in 14 casi e vinto in 124.
Tutto questo, ad alzare un po’ lo sguardo, è anche una conferma: la destra di Meloni non ha la maggioranza nel Paese. Non l’aveva quattro anni fa, quando furono solo le divisioni di chi le si opponeva a consentirle la vittoria, non ce l’ha adesso dopo la prova di governo e malgrado diversi partiti che allora le erano contrari (Renzi, Calenda, +Europa) stavolta sostenessero il sì.
Gli elettori e soprattutto gli elettori giovani (malgrado l’imbroglio contro i fuorisede) hanno capito benissimo che si trattava di un passaggio che non poteva essere disertato proprio perché metteva in discussione le loro libertà costituzionali e la questione del potere non (solo) l’amministrazione della giustizia. Il che consegna una grande responsabilità all’opposizione: la sconfitta degli avversari non è un alloro di cui possono spensieratamente fregiarsi.
Non dimentichiamo la timidezza con cui hanno voluto affrontare la campagna elettorale e ricordiamo invece come l’iniziativa di raccogliere le firme senza le quali avremmo votato già un mese fa (prima degli sguaiati appelli di Meloni, prima di Delmastro e Bartolozzi) sia stata di un gruppo di cittadini e non dei partiti del centrosinistra né del sindacato.
Va bene festeggiare un giorno – forse non proprio quello giusto per mettersi a discutere di primarie – ma non è affatto detto che questa mobilitazione contro la destra sia scontata e ripetibile. I cittadini hanno avvertito la minaccia e sono andati a votare sapendo di poterla allontanare con il voto. Ci saranno ancora quando si tratterà di manifestare in piazza lo stesso no alla deriva antidemocratica, a partire ne siamo certi da sabato prossimo a Roma. Ma hanno bisogno ancora di molte prove per fidarsi di chi dovrebbe rappresentare in parlamento e magari al governo questa radicalità costituzionale. Non è scontato che le avranno. Però adesso sì, ci sì può provare.

