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Un’aggressione alla democrazia parlamentare

Un’aggressione alla democrazia parlamentare

Politica italiana

09/10/2026

da Il manifesto

Luigi Ferrajoli

Al vaglio del Colle È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo

È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo. È un’aggressione all’autonomia del parlamento e dei singoli parlamentari che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Equivale a una violenza che integra un attentato alle prerogative parlamentari. Capovolge il rapporto tra esecutivo e legislativo: non è più il parlamento che controlla il governo, ma viceversa.

Ma l’immagine è tanto più avvilente in quanto il disegno di legge di cui è stata estorta l’approvazione è una legge elettorale vistosamente incostituzionale. Questa legge, promossa alla vigilia delle elezioni, attribuisce un enorme premio di maggioranza – 70 seggi alla camera e 35 al senato – alla coalizione che abbia raggiunto almeno il 42% dei suffragi, che è esattamente la cifra attribuita alla destra dai sondaggi del giorno. Ne risulta una chiara lesione del principio di uguaglianza nel voto e la profonda distorsione del principio della rappresentatività popolare delle assemblee legislative.

Tutto l’assetto costituzionale ne risulta sconvolto: i poteri politici concentrati nel capo del governo, il parlamento ridotto a un organo di ratifica ad esso subalterno, il crollo dell’equilibrio dei poteri grazie alla possibilità, per la maggioranza, di impossessarsi di tutte le istituzioni di garanzia, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale e a tutte le autorità (che si vorrebbero) indipendenti.

Infine il colpo più grave al nostro assetto costituzionale, diretto a cambiare, di fatto, la nostra forma di governo: la legge impone l’indicazione, nelle liste elettorali, del nome del candidato alla presidenza del consiglio. Viene così perseguito, con una legge ordinaria votata a colpi di voti di fiducia, il medesimo risultato che era stato progettato dal disegno di riforma costituzionale sul premierato elettivo, chiaramente abbandonato perché sarebbe stato sicuramente bocciato dal referendum popolare. Non dimentichiamo che la nostra è tuttora una repubblica parlamentare, nel quale i governi si formano in parlamento e i presidenti del Consiglio non sono eletti dal popolo, ma nominati dal presidente della Repubblica sulla base delle consultazioni delle rappresentanze parlamentari.

«La democrazia è un regime senza capi», dichiarò un secolo fa Hans Kelsen, il massimo teorico del diritto. Purtroppo questa tesi è stata ignorata da 35 anni di esaltazione del leader, a destra ma anche a sinistra, quale figura centrale del sistema politico. Oggi è addirittura una legge ordinaria che piega obbligatoriamente la nostra democrazia alla scelta di un capo. Per la destra si tratta dell’attuazione del suo sogno di sempre: restaurare la figura, di triste memoria, del «capo del governo», quale incarnazione organica di tutte le forze che lo sostengono. Il tratto democratico di una coalizione di sinistra dovrebbe invece consistere nella tutela e addirittura nell’esibizione delle sue differenze, quale segno salutare del pluralismo interno, pur nella condivisione, frutto del compromesso nel dibattito pubblico e poi parlamentare, del programma di governo oltre che, in questo caso, della comune avversione al fascismo.

Si rivela perciò un altro obiettivo nefasto e sleale di questa legge: danneggiare l’opposizione, deformandola a sua immagine e somiglianza. Un effetto voluto di questa incredibile manomissione delle istituzioni democratiche è infatti quello di costringere il centrosinistra a dividersi nella scelta di un capo – tramite le primarie, rese di fatto obbligatorie dalla legge che impone l’indicazione nella lista del nome del candidato presidente -, per poi omologarsi, come la destra, intorno alla figura del capo vincente.

È ben difficile che le complesse procedure previste per un’eccezione di incostituzionalità, sollevata incidentalmente nel corso di un giudizio, rendano possibile, prima delle elezioni, una pronuncia su questo obbrobrio della Corte costituzionale. Anche perché questa destra spregiudicata sarebbe capace di anticipare il confronto elettorale, proprio per evitare il giudizio, scontato, della Corte: i profili di illegittimità di questa legge, infatti, non sono meno gravi di quelli rilevati dalla sentenza costituzionale n. 1 del 2014 sulla legge elettorale n. 270 del 2005 chiamata, dai suoi stessi autori, Porcellum. L’unica speranza è che il presidente della Repubblica voglia avvalersi del potere, conferitogli dall’articolo 74 della Costituzione, di chiedere alle camere, con messaggio motivato, una nuova deliberazione. Qui si parrà la sua nobilitate. È in atto una vera eversione dell’assetto costituzionale.

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