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Un’altra notte di bombardamenti all’Iran. Il Golfo brucia, paralizzato lo Stretto di Hormuz

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Politica estera

13/07/2026

da Pagine esteri

Redazione

Nuovi bombardamenti statunitensi sulle città iraniane e rappresaglie contro le basi Usa in Bahrain, Kuwait, Oman e Giordania. Il traffico nello Stretto crolla, il petrolio sale e il memorandum firmato il 16 giugno resta senza effetto.

Le sirene antiaeree hanno suonato per tutta la notte in Bahrain, Kuwait e Giordania. Gli abitanti di Manama sono stati invitati più volte a raggiungere i rifugi e a non uscire in strada. Le difese aeree kuwaitiane hanno aperto il fuoco contro quelli che il comando militare ha definito “obiettivi ostili”, mentre l’esercito giordano sostiene di avere intercettato quattro missili provenienti dall’Iran. È la risposta di Teheran alla nuova ondata di bombardamenti statunitensi contro le città e le installazioni militari iraniane affacciate sul Golfo Persico.

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di avere colpito “decine di obiettivi” in diverse località: sistemi di difesa aerea, radar costieri, depositi e postazioni per missili e droni, imbarcazioni militari di piccole dimensioni. Nell’operazione sono stati impiegati aerei da combattimento, unità navali, droni d’attacco e, per la prima volta, mezzi navali senza pilota carichi di esplosivo. Washington sostiene che lo scopo sia ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Le esplosioni sono state segnalate a Bandar Abbas, sull’isola di Qeshm, a Jask e Sirik, tutte località della provincia di Hormozgan essenziali per il controllo dello Stretto. Sono state colpite anche almeno otto aree della provincia sudoccidentale del Khuzestan, oltre alla zona di Chabahar, nel Sistan-Baluchestan. Secondo le autorità iraniane, un missile statunitense ha centrato una stazione di pompaggio agricola a Mahshahr, uccidendo il guardiano dell’impianto e ferendo altre quattro persone. Teheran denuncia attacchi anche contro infrastrutture civili.

La rappresaglia iraniana ha coinvolto buona parte del Golfo. I Guardiani della rivoluzione sostengono di avere attaccato la base aerea Prince Hassan in Giordania, incendiando depositi di carburante e munizioni; la base Sheikh Isa in Bahrain, dove si trovano strutture per la manutenzione degli elicotteri, un hangar per aerei da pattugliamento P-8 e un centro statunitense di comando dei droni; le basi kuwaitiane di Ali al-Salem e Ahmed al-Jaber; radar militari e sistemi di rilevamento navale in Oman. Altri attacchi sarebbero stati diretti contro l’area di Juffair, in Bahrain, sede della Quinta flotta statunitense.

Teheran rivendica la distruzione di sistemi Patriot, l’incendio di due lanciarazzi Himars e il danneggiamento di radar, hangar e serbatoi di carburante. Sono confermate le ripetute attivazioni degli allarmi in Bahrain, l’intervento delle difese aeree kuwaitiane e l’abbattimento dei quattro missili comunicato dalla Giordania. Le autorità di Amman affermano che i frammenti sono caduti in diverse località senza provocare vittime.

Il centro della guerra resta lo Stretto di Hormuz. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato di avere fermato altre due navi che avrebbero navigato con i sistemi di localizzazione spenti e senza autorizzazione iraniana. Teheran sostiene che il passaggio resterà chiuso fino alla cessazione delle operazioni militari statunitensi e avverte che nuovi interventi potrebbero provocare conseguenze ancora più gravi per il mercato mondiale del petrolio e del gas.

Come capitato già in passato, Donald Trump dichiara invece che lo Stretto è aperto e il governo statunitense afferma che circa venti navi sarebbero state scortate attraverso il passaggio nelle ultime ventiquattro ore. I dati sul traffico marittimo mostrano però una situazione molto diversa. Secondo Kpler, domenica soltanto sei imbarcazioni hanno attraversato Hormuz, il livello più basso delle ultime cinque settimane. Nei giorni precedenti il traffico era già precipitato da circa 130 navi al giorno, prima della guerra, a poco più di venti. Reuters riferisce che i sistemi di tracciamento mostrano pochissime unità effettivamente in movimento.

Il passaggio è largo poche decine di chilometri e prima della guerra garantiva il transito di circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. L’Iran vuole trasformare il controllo militare dello Stretto in un sistema permanente di autorizzazioni e pagamenti, impedendo il passaggio alle navi che non rispettano le rotte indicate dalla nuova Autorità iraniana dello Stretto del Golfo Persico. Gli Stati uniti rifiutano di riconoscere qualsiasi diritto di Teheran a decidere chi possa attraversare quelle acque e indicano una rotta meridionale, più vicina all’Oman, come corridoio aperto al traffico internazionale. L’Iran ritiene che il memorandum firmato il 16 giugno gli riconosca la possibilità di regolare la navigazione durante il periodo transitorio. Washington interpreta invece il testo come un obbligo iraniano a garantire il passaggio libero e senza condizioni. L’Oman aveva proposto due rotte distinte, una controllata dall’Iran nelle proprie acque territoriali e una sotto responsabilità omanita. Teheran accusa gli Stati Uniti di avere esercitato pressioni su Muscat per impedire un’intesa.

Il memorandum prevedeva anche la sospensione degli attacchi reciproci e un percorso per la revoca delle sanzioni. Entrambi i punti sono ormai saltati. Gli Stati uniti hanno imposto nuove misure contro il petrolio iraniano e, secondo il loro stesso comando militare, hanno colpito più di 300 obiettivi in tre notti, 140 soltanto nella giornata di sabato. L’Iran ha risposto contro basi e infrastrutture statunitensi in Qatar, Oman, Kuwait, Bahrain e Giordania. Trump considera formalmente concluso il cessate il fuoco, pur continuando a sostenere che i negoziati possano riprendere. Domenica, parlando dei bombardamenti, si è limitato a dire che gli Stati Uniti stanno “massacrando” militarmente l’Iran. Un linguaggio a cui ci ha abituati il tycoon, che pure aveva decine di volte dichiarato di aver già “annientato” qualsiasi tipo di difesa iraniana. 

Il prezzo del Brent è salito del 4,3 per cento, raggiungendo 79,31 dollari al barile. L’aumento resta inferiore ai picchi registrati nelle prime fasi della guerra, iniziata il 28 febbraio con l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran, ma le scorte globali sono più basse e il blocco prolungato dello Stretto potrebbe produrre conseguenze più rapide. Per Trump, l’aumento del prezzo della benzina rappresenta anche un problema interno in vista delle elezioni per il Congresso di novembre.

Nelle ultime ore il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha annunciato che Teheran utilizzerà gli strumenti legali internazionali per perseguire gli Stati Uniti e Israele per l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e degli altri cittadini iraniani morti nei bombardamenti comprese le 168 studentesse uccise in un bombardamento a Minab. Baghaei ha confermato che l’Iran sta ancora cercando di concordare con l’Oman un meccanismo comune per la gestione dello Stretto. Nel frattempo le navi restano quasi ferme, le basi statunitensi nel Golfo sono sotto allarme e il memorandum firmato meno di un mese fa non impedisce più né gli attacchi né le sanzioni. 

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