09/05/2026
da Remocontro
Memoria e attenzione giornalistica di pochi. Un tribunale riconosce il nesso causale fra l’intervento Nato del 1999 e l’epidemia di tumori in Serbia, che continua a colpire non soltanto ex-militari ma soprattutto civili, avverte il manifesto. Le morti che continuano e la geografia. La piccola Jugoslavia di Milosevic che era Serbia, Montenegro, Sarajevo e Kosovo. I bersagli Nato delle bombe all’uranio impoverito, e militari Nato lasciati allo sbaraglio su quei campi di battaglia. Soldati italiani per primi. Aree e rottami militari ispezionati senza alcuna protezione e quelle polveri di ossido di uranio respirate a provocare leucemie di esito mortale.
Quelle morti lente e incalcolabili
Gli avvocati Srdjan Aleksic e Angelo Fiore Tartaglia in Serbia, Voivodina. «La pianura padana della Serbia», la descrive Gregorio Piccin sul Manifesto. E Dragan Antic, che aveva chiesto un risarcimento allo stato Serbo per il tumore alla tiroide contratto dopo aver partecipato alle operazioni militari in Kosovo nel 1999. E il giudice serbo che accogliere le sentenze italiane sul nesso causale tra l’uso di quei proiettili con parti di uranio impoverito nel sistema di guida e quella ‘epidemia’, di tumori mortali che stanno colpendo migliaia di persona dentro quei scenari di guerra.
Crimini di guerra
Giurisprudenza costruita dall’avvocato Tartaglia in vent’anni di cause risarcitorie contro il ministero della Difesa italiano risolte con oltre 500 sentenze favorevoli. Decisiva la comparazione delle analisi sui tessuti tumorali delle vittime italiane e serbe che ha rilevato la stessa abnorme quantità di uranio impoverito. In Italia le vittime sono i militari che hanno prestato servizio in quelle zone nei teatri di guerra, mentre in Serbia «si sta consumando una vera e propria epidemia tumorale che colpisce e continua a colpire non soltanto ex-militari ma soprattutto civili». Una strage dalle dimensioni impressionanti, una guerra che non finisce mai: secondo l’Istituto serbo di Sanità Pubblica ogni anno vengono registrati quasi 40.000 nuovi casi di cancro. Circa 8 volte i casi registrati prima dei bombardamenti.
L’immunità Nato
«Ci troviamo di fronte ad un crimine di guerra con la terribile aggravante del suo perpetrarsi nel tempo». Ma la Nato ha ufficialmente chiesto e ottenuto l’immunità dall’attuale governo che col «parere favorevole» del ministero della Giustizia ha di fatto immobilizzato l’alta corte di Belgrado. «Se lo stato serbo ha deciso di concedere l’immunità alla Nato allora si farà carico di risarcire tutte le vittime e prima o poi anche l’Alleanza dovrà assumersi le sue responsabilità perché ecocidio e crimini di guerra non possono andare in prescrizione».
La memoria di Tommaso Di Francesco
«Allora i media ufficiali pendevano dalle labbra di Jamie Shea (Jem Sceim per noi italiani). Il portavoce della Nato che cianciava di «effetti collaterali» e «bombe intelligenti». Invece scoprivamo tante stragi di civili. Per questi «risultati» vennero utilizzati in 78 giorni di bombardamenti aerei ininterrotti, 1.200 aerei per un totale di 26.289 azioni accertate, 10.000 Cruise, 2.900 missili e bombe. Nel corso di 2.300 attacchi, su 995 target furono scaricate 21.700 tonnellate di esplosivo – spesso all’uranio impoverito -, compresi 152 container con 35.450 cluster bomb. Su istituzioni, scuole, ospedali, treni, mercati, autobus, infrastrutture. Come raccontarlo? Luigi Pintor inventò una prima pagina bianca de il manifesto che fece il giro del mondo: in calce gridava: «I bambini non ci guardano».
Pagina bianca e pagine nere
In Italia anche troppe pagine nere, come quelle che giustificarono il bombardamento della tv di Belgrado, con 16 vittime, tecnici e non certo ‘voci di Milosevic, come qualche disonesto ha affermato con cattiveria. Valutazione politica alta: «Un fatto è certo. Quella del 1999 è stata la prima guerra post-moderna in Europa, nel suo sud-est, sospesa tra l’uso della forza che riproduce la forza e l’immaginario del potere occidentale, dopo l’89 e l’implosione dell’Urss, gestita dalla sinistra atlantica di governo alla ricerca insieme del nuovo nemico e della sua «costituente» legittimazione attraverso un conflitto armato».
Sull’Uranio impoverito il molto da ‘ri-raccontare’
In quel sciagurato 1999, quel poco di giornalismo dalla parte bersaglio raccontò e persino fece. La raccolta di terricci probabilmente contaminati, fatti arrivare in Italia per essere esaminati ufficiosamente da ‘amici’ dell’Enea, i cui risultati portarono per la prima volta l’Uranio impoverito all’attenzione del Parlamento. Mentre i primi militari italiani nei Balcani morivano si cancro. Forse ripescheremo qualcuna di quelle memorie.
Uranio in Senato, 26 maggio 2000
Angelo Mastrandrea
A Palazzo Madama un campione di terreno all’uranio impoverito dalla Serbia. E analisi militari confermano: Kosovo contaminato
Si è riunita ieri pomeriggio al Senato, per la seconda volta, la commissione tecnico-scientifica per il monitoraggio dell’inquinamento chimico-fisico e radioattivo in Serbia e in Kosovo, a cui hanno partecipato rappresentanti dell’Anpa, del Cnr, dell’Enea, delle Università Roma tre e Urbino e dell’Istituto superiore di sanità (in tutto una ventina di persone). L’obiettivo è quello di monitorare l’inquinamento chimico e radioattivo soprattutto in Serbia, visto che la Nato ha fornito le mappe dei bombardamenti all’uranio solo in Kosovo. Anzi, l’Onu ha ancora una volta bacchettato la Nato (la prima volta l’aveva fatto, a ottobre, la task force dell’Unep sui Balcani) per la reticenza nel fornire informazioni precise sui bombardamenti. Il responsabile Onu per lo sminamento in Kosovo, John Flanagan, ha infatti ammesso che, a causa dei dieci mesi di ritardo con cui la Nato ha fornito le mappe dei bombardamenti in Kosovo, finora sono state recintate solo 333 aree bombardate con cluster bomb, e ne restano scoperte ancora un centinaio. E, dalla fine dei bombardamenti, le mine hanno provocato in Kosovo cento morti e 378 feriti.
Alcuni campioni di terreno e di miele sono stati prelevati in Serbia e portati in Italia da Predrag Polic, direttore del Dipartimento di chimica dell’Università di Belgrado, in collaborazione con il corrispondente della Rai dai Balcani, Ennio Remondino, e con l’ong Landau center di Como. E le analisi, effettuate nei laboratori dell’Enea di Bologna, hanno portato alla scoperta di un campione, proveniente da Bujanovac, nel sudest della Serbia, con un tasso di radioattività di alcune centinaia di volte più elevato rispetto alla norma. Per la prima volta dalla fine della guerra, questi campioni (prelevati informalmente, è bene ricordarlo) sono stati consegnati a rappresentanti istituzionali italiani. Vale a dire la commissione esteri del Senato, il cui presidente Giangiacomo Migone (Ds) si è impegnato a promuovere una missione ufficiale in Serbia per monitorare l’inquinamento; e il sottosegretario all’Ambiente Valerio Calzolaio (Ds) e la senatrice Tana De Zulueta (Ds). Anche se la legge che darebbe mandato alla commissione di operare è ancora ferma in commissione.
Alla riunione di ieri il Cisam (Centro studi interforze studi applicazioni militari) ha presentato, inoltre, i risultati delle rilevazioni dei militari sulla presenza di uranio nelle zone del conflitto (i militari hanno cominciato a raccogliere i bossoli). E i dati del Cisam confermerebbero le contaminazioni ambientali. La riunione è servita anche per stabilire un documento comune sui rischi di radioprotezione dovuti all’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito nei Balcani; e per approntare una scheda da distribuire a chi va o si trova nelle zone del conflitto sulle “precauzioni da osservare in caso di ritrovamenti di proiettili contenenti uranio impoverito”. Inoltre è stata predisposta una nota di “istruzioni in caso di sospetta incorporazione di uranio impoverito derivante dall’impiego di proiettili contenenti detto elemento”.
Il sospetto, paventato anche da Ennio Remondino, è che l’uranio impoverito sia stato utilizzato (e in quantità superiori che per i proiettili) anche come rivestimento dei missili Tomahawk, per sfondare i bunker che nascondevano, a Belgrado, i Mig dell’aviazione serba. E pare che in tutta la Serbia le autorità consiglino alle donne di evitare di fare figli per un paio d’anni. “Mancano strutture, strumenti e attrezzature per le analisi su uomini e animali, anche se è ancora troppo presto per valutare il danno biologico”, dice il professor Polic. E il fisico Maurizio Martellini ricorda come ogni anno gli Usa producano “30 tonnellate di uranio impoverito, e lo stoccaggio è molto costoso. Per cui si preferisce riciclarlo in altri modi”.

