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Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»

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Politica estera

14/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Gli americani sapevano tutto e sono andati avanti lo stesso. Ora stiamo danzando sul cratere di un vulcano, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La sciagurata gestione della guerra iraniana, sta facendo precipitare il pianeta in quella che potrebbe diventare la più spaventosa crisi energetica che si sia mai vista. E mentre si moltiplicano gli allarmi dei mercati, politici narcisisti e presunti statisti senza personalità dimostrano tutta la loro inadeguatezza.

Se ne sono accorti solo adesso?

Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli aveva assicurato che, a pagare il prezzo più salato dell’azzardo Usa, sarebbero state Europa ed Asia. Ieri, la ‘Bibbia’ finanziaria americana, il Wall Street Journal, voce autorevole di chi, alla fine dei giochi, comanda veramente il Paese, è sceso in campo con un articolo (d’apertura) dal titolo assai sintomatico: «Iran, l’economia statunitense subirebbe un duro colpo in caso di guerra prolungata?».

Interrogativo non militare

«Un grande interrogativo non militare ha aleggiato sugli attacchi del Presidente Trump e ora sul cessate il fuoco nel Golfo Persico». La riflessione viene posta sotto forma di domanda, anche se a leggere i contenuti del quotidiano, in questi giorni, le risposte che vengono date sono univoche e ribadiscono la crescente preoccupazione, anzi, lo scoperto nervosismo per il peggioramento di molti indicatori economici. Tra l’altro, in modo molto ‘americano’, cioè analizzando i contraccolpi della crisi con un filtro autoreferenziale, nel report del WSJ si parla poco dell’effetto-domino sul resto del pianeta. Una per tutte? La crescita a razzo del tasso d’inflazione metterà sicuramente la Federal Reserve con le spalle al muro: niente taglio dei tassi e addio stimolo all’economia. Poco male per gli Usa, che già crescono, ma l’Europa? Si, perché, inutile ribadirlo, la ‘Fed’ è la ‘madre’ di tutte le Banche centrali e le altre (a cominciare dalla BCE) si adeguano sempre. Senza, dunque, voler fare gli uccelli del malaugurio, all’orizzonte per il Vecchio continente si profila un periodo di prezzi alti e crescita stagnante. Tecnicamente, ‘stagflazione’. Un altro ‘dono’ della pensata avuta dal binomio Trump-Netanyahu.

Storia di una sciagura

Ci pensavano da un bel pezzo, Stati Uniti e Israele, a fare la festa allo stato maggiore della teocrazia persiana, Alì Khamenei in testa. Solo che Trump, almeno fino al giugno scorso, si era decisamente opposto, soppesando i pro e i contro di un simile azzardo. Anche per le sue eventuali ricadute nel campo della politica interna. Intendiamoci: gli ‘adviser’ gli avevano prospettato diversi scenari e lui, il cui obiettivo politico immediato erano le elezioni di ‘Mid term’, sembrava essersi convinto a frenare. Poi è successo qualcosa. Qualcosa di assolutamente illogico e imponderabile: perché, tutto ciò che Trump sta facendo, va non solo contro l’America, ma soprattutto contro i suoi stessi interessi, politici e personali. Un mistero. Da allora, nello Studio Ovale, si sono succedute riunioni su riunioni, per organizzare l’attacco valutando la portata degli effetti collaterali. Una situazione efficacemente descritta dal Wall Street Journal.

I danni? Per Asia ed Europa

«Dall’inizio dell’anno – scrive il giornale – il Presidente e i suoi consiglieri hanno ascoltato in privato membri del gabinetto, alleati politici e leader aziendali riguardo alle possibili conseguenze che una guerra di questo tipo potrebbe avere su Wall Street e sull’economia reale se non si concludesse entro un lasso di tempo ristretto. Molti hanno messo in guardia contro un conflitto più prolungato, o hanno ipotizzato scenari a favore di una guerra di questo tipo. Secondo fonti vicine alla vicenda, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha parlato con Trump della reazione del mercato e dell’andamento dell’economia statunitense in relazione alla durata della guerra. Bessent e il Presidente hanno discusso delle varie misure che il Tesoro potrebbe adottare se la guerra si protraesse per otto-dodici settimane e di come gli Stati Uniti potrebbero essere vulnerabili a un potenziale aumento dei prezzi della benzina. Bessent ha affermato al Presidente di ritenere che l’Asia e l’Europa sarebbero le aree più vulnerabili all’aumento dei prezzi dell’energia derivante dalla guerra».

‘Colpa degli Adviser’

In un’intervista a Fox News, Trump ha cercato di giustificarsi, attribuendo sostanzialmente alla sua squadra di ‘advisers’ economici la responsabilità di avere sostenuto l’attacco. «Ho detto ai miei consiglieri economici ‘mi dispiace, ragazzi, siamo in ottima forma. Dobbiamo fare un piccolo viaggio in Iran e dobbiamo impedire loro di dotarsi di un’arma nucleare’. E tutti hanno risposto che erano d’accordo». Il report del WSJ fa venire a galla un altro aspetto da non sottovalutare: c’è una diversa percezione della crisi, non solo tra la sfera politica e quella imprenditoriale e finanziaria, ma anche all’interno degli stessi operatori economici.

I petrolieri la vedono nera 

«L’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che, se la guerra dovesse continuare, si verificherebbero ‘significativi e continui shock dei prezzi del petrolio e delle materie prime – avverte WSJ –  insieme a una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, che potrebbero portare a un’inflazione più persistente e, in ultima analisi, a tassi di interesse più elevati’. Inoltre, gli amministratori delegati delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi hanno messo in guardia i funzionari dell’Amministrazione Trump, tra cui il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario degli Interni Doug Burgum. I dirigenti hanno affermato che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il 20% delle forniture giornaliere mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, potrebbe mettere a dura prova le catene di approvvigionamento globali di carburante e che la crisi energetica potrebbe aggravarsi». I mercati finanziari non hanno compreso appieno la gravità delle limitazioni al flusso fisico di petrolio, ha dichiarato l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth. Alla conferenza, Wright e Burgum hanno assicurato ai dirigenti del settore petrolifero che il blocco del traffico nello Stretto si sarebbe risolto entro poche settimane, anziché mesi.

Agricoltori in rivolta

«Brooke Rollins, Segretaria all’Agricoltura di Trump, avrebbe recentemente comunicato ai lobbisti del settore agricolo che le loro preoccupazioni riguardo all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbero state portate direttamente all’attenzione del Presidente. ‘Il punto è che questa è una sorta di emergenza per i nostri agricoltori e abbiamo bisogno che l’approvvigionamento venga ripristinato’, ha dichiarato Ragland in un’intervista. Ha aggiunto che il messaggio degli agricoltori a Rollins e agli altri funzionari dell’Amministrazione era simile a quello di altri che sostenevano la tesi relativa all’economia: la guerra non deve essere prolungata. Secondo l’American Farm Bureau Federation – conclude il Wall Street Journal – circa metà della fornitura globale di urea, un fertilizzante a base di azoto, e quasi un terzo della fornitura di ammoniaca transitano solitamente attraverso lo Stretto».

  • Questo ci porta, naturalmente, a un settore dell’economia come l’agricoltura, sulla quale l’impatto della Guerra del Golfo crescerà in modo esponenziale, proprio per il rincaro dei fertilizzanti. In ogni caso, il problema vero è che data la volatilità del mercato e l’estrema ambiguità delle decisioni politiche, nessuno è in grado di fare previsioni di qualsiasi tipo sui prezzi, che potrebbero muoversi fuori controllo
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