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Usa, esplode l’inflazione da ‘effetto Iran’

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Economia 

11/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca

I dati del Dipartimento del Lavoro americano sono una condanna senza appello per Trump, almeno dal punto di vista dell’impatto sull’economia. L’inflazione si è impennata fino al 3,3%, trascinata dal costo dell’energia. Se però la guerra non si ferma e Hormuz non riapre, oltre ai danni economici per il Presidente si prospetta una catastrofe politica.

Da guerra a guerra

I nodi stanno venendo clamorosamente al pettine. Il tasso di inflazione Usa a marzo, influenzato dai contraccolpi sui mercati dell’energia, provocati dalla guerra al regime sciita iraniano, è salito in modo consistente. Tanto da gettare operatori e ‘trader’ nel panico più totale, alterando i piani di programmazione produttiva e distributiva aziendali. Insomma, una tempesta ‘imperfetta’, perché dipende da decisioni politiche che sembrano improvvisate, pensate ‘alla giornata’. Manca una strategia coerente che faccia capire alla sfera economica le proposte e i tempi per risolvere la crisi del Golfo Persico. Il risultato è che il conflitto militare si è trasferito sul terreno finanziario. Così, ieri, il Wall Street Journal ha aperto la sua edizione serale dedicando un titolo a tutta pagina a quella che si presenta come una vera e propria guerra alternativa: «L’inflazione – ha scritto – è schizzata al 3,3% a marzo, spinta dall’aumento dei costi della benzina». Sottolineando poi come il dato (che rappresenta il primo importante rapporto sul costo della vita dall’inizio della guerra con l’Iran) abbia raggiunto il livello più alto degli ultimi due anni.

Energia: costi devastanti

Più nel dettaglio, le rilevazioni fatte preoccupano per la velocità con cui l’indice inflazionistico è riuscito a salire nel giro di appena 30 giorni. Ha difatti guadagnato quasi un punto percentuale rispetto al 2,4% di febbraio. Un incremento notevole e ‘anomalo’, attribuito da tutti gli esperti, cifre alla mano, all’azzardo di Trump e Netanyahu che ha portato, come risultato immediato, al blocco dello Stretto di Hormuz. «I prezzi al netto di alimentari ed energia – scrive il WSJ – il cosiddetto indicatore ‘core’ che gli economisti monitorano per cogliere meglio l’andamento di fondo dell’inflazione, sono aumentati del 2,6%, leggermente al di sotto delle previsioni che indicavano un incremento del 2,7%. Ma invece i prezzi dell’energia sono aumentati del 12,5% rispetto all’anno precedente, un’accelerazione significativa rispetto allo 0,5% di febbraio. I prezzi della benzina sono balzati del 18,9% e quelli del gasolio del 44,2%. Il costo dei servizi di trasporto, influenzato dal prezzo del carburante, è aumentato del 4,1% su base annua a marzo, un incremento decisamente più rapido rispetto a febbraio. Le tariffe aeree, inoltre, sono aumentate del 14,9% su base annua». Uno dei problemi derivanti da un incremento veloce dell’inflazione è che, anche se si tratta di shock indotti (come nel caso dell’Iran), passata l’emergenza le aziende tendono a cristallizzare i prezzi praticati al rialzo. Insomma, una volta tornato normale il mercato dell’energia all’ingrosso, i prezzi al dettaglio restano elevati o decrescono molto lentamente.

Le cicatrici resteranno

Comunque evolva la situazione politica, diplomatica e militare nel Golfo Persico, gli effetti della crisi si faranno sentire ancora per molto tempo. Anzi, è probabile che alcuni equilibri di mercato, scombussolati da un conflitto combattuto senza né capo né coda, finiscano per non essere più recuperati. Certamente i rapporti in questo spicchio di pianeta non potranno mai più essere quelli di prima. Lo sanno bene, prima ancora dei politici, i grandi operatori finanziari americani. Ecco perché il rapporto del Dipartimento del Lavoro di ieri era particolarmente atteso. Segna una svolta ineludibile, per il tutto sistema-Paese Usa, affinché venga immediatamente messa in pratica una strategia per la ‘way-out’, l’uscita dal pasticcio iraniano. E il bollettino dei dati economici è una spinta a fare presto. «L’impennata dei prezzi – dice il WSJ – ha inciso negativamente sulle finanze delle famiglie. I guadagni settimanali medi sono diminuiti dello 0,9% a marzo rispetto a febbraio, al netto dell’inflazione, e sono aumentati solo dello 0,2% rispetto a un anno prima. Il petrolio viene utilizzato per produrre di tutto, dal rossetto alle palline da golf, il che potrebbe alla lunga renderli più costosi. L’aumento dei costi di trasporto potrebbe far lievitare il prezzo di cibo, vestiti e altri beni di prima necessità. ‘Probabilmente non ne sentiremo gli effetti più gravi per un mese o due’, ha affermato Lindsey Piegza, capo economista di Stifel. Inoltre – prosegue il giornale – le indagini dell’Institute for Supply Management (ISM) indicano che un numero crescente di aziende stanno pagando prezzi più alti ai propri fornitori. L’indice dei prezzi dei servizi dell’ISM a marzo è aumentato di 7,7 punti percentuali, raggiungendo quota 70,7, il livello più alto da ottobre 2022. Si tratta di un segnale preoccupante, poiché le aziende potrebbero finire per trasferire in parte o totalmente questi costi sui propri clienti, con conseguente ulteriore aumento dell’inflazione».

  • Lasciamo perdere la pace, l’etica e gli altri ‘endecasillabi’, perché non fanno per lui. Diciamo solo che Trump, con la sua foia di essere il leader ‘più bravo del mondo’, è solo riuscito, in meno di un anno e mezzo di Presidenza, a diventare una specie di Attila dei mercati planetari. Dove passa lui non cresce più niente, se non la rabbia di vedere un personaggio simile alla Casa Bianca e non in una casa di cura. Vedrete che l’America, messa  con le spalle al muro, prima o dopo gli farà qualche forma di impeachment. E se lo toglierà dai piedi.
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