06/02/2026
da Remocontro
Gli Stati Uniti hanno posto un vero e proprio ultimatum all’Iran: o si decide a trattare non solo sul nucleare, ma anche sui missili balistici e sui diritti civili, oppure sarà colpito al cuore. Gli ayatollah, per ora, sono stati sprezzanti nella forma, ma molto cauti nella sostanza. Per cui, un po’ a sorpresa, hanno accettato di ricominciare a discutere, a partire da oggi, con gli inviati di Trump in Oman.

Un negoziato ‘forzato’
Alla fine, fatti quattro conti, gli ayatollah hanno concluso che sarebbe molto più saggio sedersi a parlare con gli americani, piuttosto che aspettare di essere sicuramente bombardati. Per cui, obtorto collo, hanno accettato di riaprire i colloqui sul nucleare, ma proponendo ai mediatori (Turchia, Egitto e Qatar) di cambiare sede: non più Istanbul, ma Doha, nel Golfo. Dunque, i negoziati ricominceranno oggi, dopo nove mesi. Ma attenzione: questa tornata di incontri sarà tutta un’altra musica. Per capirci, più che un avvio ‘classico’ di colloqui, in Qatar da oggi si discuterà ‘live’ dell’ultimatum di Trump. Prendere o lasciare, insomma, o si verrà bombardati. Su questo punto il Wall Street Journal è abbastanza chiaro: «Gli Stati Uniti e l’Iran – scrive il quotidiano – hanno riavviato una delicata danza diplomatica, che potrebbe concludersi con l’ordine del Presidente Trump di lanciare attacchi aerei contro l’Iran. Gli Usa vogliono che Teheran smetta di arricchire l’uranio, limiti il suo programma missilistico balistico e ponga fine al suo sostegno ai delegati regionali. L’Iran ha dichiarato di essere disposto a discutere solo del suo impegno nel nucleare». Il che significa completa chiusura per le ‘altre emergenze’, che stanno particolarmente a cuore soprattutto a Netanyahu (i missili balistici e le milizie sciite). Si parte, dunque, col piede sbagliato. Anzi, non si parte affatto, visto che il parere di molti analisti è che il regime di Teheran cerchi solo di guadagnare tempo.
La giravolta tattica
In sostanza, fino a metà settimana, la possibilità di ricominciare a trattare con Teheran era sembrata lontana. Lo stesso Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha comunicato che, all’ultimo momento, gli ayatollah avevano fatto marcia indietro, annullando l’impegno per riaprire i colloqui a Istanbul. Tra le condizioni per ricominciare a trattare, c’era anche quella di inserire nel ‘menù’ la politica di repressione delle manifestazioni di protesta. Un argomento che, evidentemente, apriva ulteriori fratture all’interno dell’establishment del regime, già ampiamente diviso tra moderati e intransigenti. Ed è probabile che l’approccio zigzagante della politica estera iraniana, in questo periodo di crisi, sia proprio figlia di questo marasma istituzionale, dove il potere teocratico sciita non è più assolutamente monolitico come alcuni anni fa. E dove ci si prepara, con grande incertezza, alla successione della Guida suprema, Alì Khamenei. In ogni caso, per tornare al valore-test che gli americani attribuiscono ai colloqui, va ricordato che proprio alla vigilia del fallimento di Istanbul, Rubio aveva detto: «Non sono sicuro che si possa raggiungere un accordo con questi tizi, ma cercheremo di scoprirlo». Ad avvalorare la tesi della faida all’interno del regime, c’è il fatto che la presa di posizione per riaprire i colloqui in Oman è venuta dal Ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, un moderato ‘trattativista’, scelto apposta nella sua compagine di governo dal Presidente Masoud Pezeshkian.
Opzione militare
È meglio dire subito, tanto per sgombrare il campo da facili illusioni, che l’opzione militare resta ancora quella più probabile, tra le possibili scelte di Washington per fronteggiare la sfida del regime teocratico persiano. La poderosa macchina bellica allestita da Trump nell’ampio quadrilatero che si trova tra l’Oceano indiano, il Golfo, il Mar Rosso e il Mediterraneo, col gruppo d’attacco della portaerei Lincoln e con le altre unità navali della Quinta Flotta, è pronta a mettersi in moto in qualsiasi momento. E i bersagli, il Pentagono lo ha fatto capire, sono già stati ampiamente classificati a seconda delle ferite che si vorranno infliggere a Teheran. D’altro canto, la selezione degli obiettivi da colpire, arriva sulle scrivanie dell’US Air Force da quella che potremmo definire la vera ‘Università dell’intelligence’, cioè il Mossad israeliano. E se le trattative dovessero andare bene? Beh, gli specialisti la vedono nera. «Data la difficoltà di raggiungere qualsiasi risultato diplomatico con l’Iran, e in particolare sulle questioni dei diritti umani, un nuovo ciclo di attacchi statunitensi e forse israeliani contro l’Iran sembra l’esito più probabile di questa crisi», sostiene Michael Singh, ex funzionario del Consiglio per la Sicurezza nazionale Usa.
Scelta finale a tre: Iran e Usa-Israele
- «Con poche buone opzioni – conclude il Wall Street Journal – l’Iran sta prendendo tempo, affermano gli analisti, e rischia di commettere errori di calcolo mentre la situazione di stallo armato continua. Ora potrebbe dover affrontare forti pressioni da parte degli Stati Uniti, affinché dimostri rapidamente di essere aperto a concessioni significative già dalla riunione di oggi». In caso contrario, i missili di Trump sono pronti a colpire le infrastrutture strategiche degli ayatollah, a cominciare da quelle delle Guardie Rivoluzionarie.

