09/06/2026
da il Manifesto
Strategia nel caos C’è qualche cosa di paradossale in questa quarta guerra Golfo. Dell’Iran si capiscono chiaramente quali sono gli obiettivi, l’alleanza tra Usa e Israele proietta invece messaggi sempre più contraddittori
Come finirà, in fondo, lo sappiamo già. C’è qualche cosa di paradossale in questa quarta guerra Golfo. Dell’Iran si capiscono chiaramente quali sono gli obiettivi – garantire la sopravvivenza del regime e preservare il Libano degli Hezbollah e il Mar Rosso degli Houthi – e quindi la difesa dello spazio geopolitico della Mezzaluna sciita, costruito passando per la Mesopotamia, in oltre 45 anni di guerre e diplomazia.
L’alleanza tra Usa e Israele che ha scatenato la guerra il 28 febbraio proietta invece messaggi sempre più contraddittori e tra loro abbastanza incompatibili. In un lungo articolo su Foreign Affairs, Vali Nasr, politologo iraniano-americano, già consigliere di Obama, afferma che in sostanza l’Iran ha già vinto la guerra asimmetrica, respingendo i tentativi americani e israeliani di imporre la loro egemonia in Medio Oriente.
La prova è che l’Iran, almeno per ora, continua a proteggere i suoi alleati dell’«asse della resistenza» come hanno confermato in maniera anche drammatica gli eventi di domenica notte e di ieri. Non ci sarà un resa senza condizioni di Teheran, come aveva pronosticato Trump, e tanto meno la sua disgregazione come potenza regionale come avrebbe voluto Netanyahu (al cambio di regime aveva creduto solo Donald ma non i suoi consiglieri).
Trump vuole un accordo con l’Iran e mettere fine al conflitto iniziato sulla spinta decisiva del premier israeliano che gli aveva promesso una vittoria trionfale e in breve tempo. Ma per ottenere un’intesa con Teheran dovrà cedere sul legame tra Iran e Libano, cosa che né Israele né Beirut vogliono. Così ora si trova infilato nello Stretto di Hormuz senza via di uscita da una guerra sempre più impopolare in casa, che sta dividendo lo stesso partito repubblicano mentre vede allontanarsi il traguardo di passare alla storia. È passato dall’annuncio di volere cancellare migliaia di anni di storia persiana a un negoziato con l’Iran che proclama «imminente» e concluso ma regolarmente smentito dai fatti.
Appare un po’ un personaggio hollywoodiano – tutte chiacchiere e distintivo – per poi risorgere dal divano o dal campo di golf concedendo interviste dal contenuto sempre più effimero. Persino gli europei, vista l’assenza Usa di una leadership, si sono risvegliati dal loro sonnambulismo per proporre a Londra una velleitaria mediazione tra Russia e Ucraina. Breve nota a margine: l’Italia non era presente perché da Meloni in giù i nostri governi hanno perso da anni ogni ruolo strategico nel Mediterraneo, a partire dalla Libia, e quindi contiamo poco pure altrove. Come direbbe Carney, il premier canadese, se non siamo al tavolo è perché stiamo già nel menù.
Considerato l’atteggiamento di Netanyahu anche lui vede che sul suo menù, oltre all’Iran – l’ossessione di una vita – è citato anche Trump. Un boccone forse troppo grande per lui. Fatto sta che tra il premier israeliano e la Casa bianca adesso c’è una frattura. Netanyahu ha disobbedito in maniera clamorosa a Trump attaccando Beirut e poi rispondendo all’Iran, mentre il presidente Usa gli aveva pubblicamente chiesto di non farlo per non compromettere un accordo considerato «imminente».
Il rapporto fra Trump e Netanyahu costituisce l’elemento più difficile da decifrare in questa complessità mediorientale. I due sono molto vicini ma allo stesso tempo i loro interessi immediati sono divergenti. La settimana scorsa, Trump ha fatto trapelare una discussione burrascosa con il primo ministro israeliano, in cui lo ha definito «fottutamente pazzo». «Senza di me – gli ha detto – saresti in prigione». Ma proprio quando si poteva pensare che, considerata la forte dipendenza di Israele dagli Stati uniti, Netanyahu non avrebbe osato andare contro la volontà di Trump, gli ha disobbedito un paio di volte. Perché lo ha fatto mettendo Trump in un angolo? Non vuole apparire come un vassallo della Casa bianca – al contrario vuole dimostrare che la può manovrare – e soprattutto pensa alle prossime elezioni che per lui rappresentano la sopravvivenza politica e giudiziaria.
Ma sullo sfondo del dissidio c’è qualcosa al di là del rapporto personale tra i due: l’irritazione di un’amministrazione Usa che va dai servizi al ministero della difesa. Israele e gli Usa sanno da tempo, e tollerano, che l’uno spia l’altro. Ma qualche giorno fa il Pentagono ha detto che Israele spia i rappresentanti americani e le strategie di Trump. E qui c’è un altro paradosso. In realtà Trump favorisce chi spia per Israele. Fu lui a consentire che la spia americana Jonathan Pollard andasse dagli Usa in Israele dopo 30 anni di carcere scontati per avere passato migliaia di documenti riservati a Tel Aviv.
Un caso unico. Nel luglio scorso violando ogni regola Huckabee, l’ambasciatore Usa a Gerusalemme, un filo-sionista nominato da Trump, ha ricevuto Pollard, il quale ha dichiarato di «non essere per nulla pentito di avere spiato per Israele». L’intelligence Usa è furiosa: per Israele Pollard, militante della destra, è un eroe, per gli Stati uniti un traditore. Ma Trump ha consentito tutto questo come fosse normale: forse è lui che spia se stesso per Israele? Guerra e pace dipendono anche dalle contorsioni di un leader ormai imbarazzante.

