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Uso delle basi Usa, Meloni fa lo struzzo e evita il parlamento

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Politica italiana

04/03/2026

da il Manifesto

Andrea Colombo

Prova di forse Ieri vertice a Palazzo Chigi con Eni e Snam per parlare di energia. Il governo spera che Trump non chieda l’utilizzo di Sigonella

Le fiamme del Golfo lambiscono i confini dell’Italia e del’Europa ma Giorgia Meloni non ritiene necessario informare il Parlamento su cosa sta succedendo e cosa il governo intenda fare. L’opposizione la reclama in aula. Salvini risponde al suo posto che la presidente del consiglio sarà al suo posto alla vigilia del prossimo Consiglio europeo. Significherebbe il 18 marzo, di questi tempi un’eternità. È probabile che alla fine la recalcitrante premier sia costretta dalla forza delle cose ad anticipare l’appuntamento, dopo la riunione del cdm di giovedì prossimo. Ma per ora una data non c’è.

La sua sola posizione ufficiale resta quella dell’intervista di lunedì sera, con le responsabilità anche della guerra iraniana scaricate su Putin. L’ambasciata russa non è rimasta in silenzio, ha risposto a muso duro: «A nostro avviso, madre dell’attuale crisi del sistema del diritto internazionale è la menzogna utilizzata dai leader occidentali per giustificare le proprie intrepide violazioni della Carta delle Nazioni unite». Segue puntiglioso elenco: «Contro la Jugoslavia (1999), l’Iraq (2003), la Libia (2011) e, oggi, contro l’Iran (2026)».

LA PREMIER SI TIENE in contatto con il capo dello Stato, che ieri ha per la prima volta alluso al nuovo conflitto ma senza addentrarsi in particolari: «La guerra è tornata a spargere sangue non lontano dall’Italia ma non dobbiamo rassegnarci a derive inevitabili. Abbiamo bisogno di fiducia e speranza». È un invito a puntare sul dialogo invece che sulle armi ma traspare anche la preoccupazione che in queste ore attanaglia tutti: il rischio che l’incendio non si limiti a sfiorare l’Europa ma si diffonda con un allargamento del conflitto. Minaccia che nessuno, in un quadro così terremotato e incontrollabile, può escludere.

In mattinata la premier si è occupata dei focolai che già hanno iniziato ad ardere. A Chigi si svolgono diversi vertici. Si parla di energia, con i vertici di Eni e Snam, Descalzi e Scornajenchi, di basi militari e di armi: il problema che già c’è e quelli che potrebbero essere in agguato. Al momento il governo esclude l’ipotesi di un decreto ad hoc come forma di ristoro contro i rialzi delle bollette. Gli aumenti, secondo le previsioni dell’esecutivo, saranno intorno al 20% per il gas e il petrolio dovrebbe superare gli 82 dollari al barile.

IL GOVERNO PENSA di giocare su due tavoli. Da un lato aumentare la fornitura di gas da altre fonti come il gasdotto che parte dall’Algeria, il Trans-Mediterranean, e quello che viene dall’Azerbaijan, il Tap. Dall’altro aumentare lo stanziamento per il decreto bollette, verificare la posizione europea nel gruppo di coordinamento per l’approvvigionamento di gas della Ue che si riunisce oggi a Bruxelles e pregare perché il blocco di Hormuz si risolva presto, assolvendo così il governo dall’obbligo di varare un provvedimento d’emergenza, per il quale Salvini già scalpita. Se il blocco proseguirà quel passo si renderà necessario e inevitabile.

IL PROBLEMA DELLA BASE militare di Sigonella e della stazione di comunicazioni Muos di Niscemi è un periodo ipotetico: si porrà se gli americani chiederanno di poterle usare. Non lo hanno fatto e al governo fanno gli scongiuri perché non lo facciano.

Ma una risposta negativa, sul tipo di quella assunta dalla Spagna e in un primo momento persino dal Regno unito, è in realtà esclusa. Significherebbe uno strappo drastico con Trump e, per quanto l’improvvisata iraniana non sia piaciuta affatto, l’ipotesi è fuori discussione. Se il rifornimento necessario fosse di viveri non sarebbe necessario il passaggio parlamentare. Anche se si trattasse di mezzi bellici potrebbe bastare una decisione del governo ma Meloni, nella malaugurata ipotesi, è decisa al passaggio parlamentare.

Discorso diverso per la richiesta di mezzi di difesa già avanzata dai Paesi del Golfo. Lì il problema sono i dubbi dei militari, dovuti alla scarsità di armamenti. L’Italia dispone di cinque sistemi di difesa Samp-T, ma uno è in manutenzione, un altro è stato «prestato» all’Ucraina e il terzo è per la Nato, in Estonia. Mandare il quarto nel Golfo significherebbe restare quasi a secco proprio quando la minaccia iraniana inizia a sembrare concreta.

«L’Iran non può disporre di testate nucleari o missili a lunga gittata ma non vogliamo che la crisi si estenda», dichiara salomonico Tajani. Che ieri ha convocato l’ambasciatore iraniano per protestare per gli attacchi contro Cipro ma anche per assicurare che «l’Italia non è in guerra». Sperando che basti e resti vero.

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