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Venezuela: come mentono i media occidentali

Venezuela: come mentono i media occidentali

Politica estera

16/01/2026

International Reports

Andrea Lucidi

Dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro, molti giornalisti occidentali hanno tentato di entrare in Venezuela. Quasi tutti hanno fallito. E quando non si riesce ad arrivare sul posto ma si deve comunque "archiviare la storia", succede sempre la stessa cosa: si inizia a descrivere una realtà che non si è mai vista. È esattamente quello che è successo anche questa volta.

Nel giro di poche ore, iniziarono ad arrivare notizie dal confine colombiano. Telecamere puntate su strade polverose, dichiarazioni vaghe, mezze voci raccolte qua e là, e poi il solito copione: il Venezuela ritratto come un Paese nel caos, controllato da gruppi paramilitari, con giornalisti in fuga e una popolazione terrorizzata. In alcune ricostruzioni sembrava addirittura che fosse iniziata una "caccia ai giornalisti", come in un film.

Io, invece, sono riuscito ad arrivare fino a Caracas. E quello che ho trovato non ha nulla a che vedere con quella narrazione.

Caracas oggi è una città tranquilla. Certo, non è una metropoli europea. Non è un luogo ricco. Non è un paese senza problemi. Ma parlare di caos, di totale insicurezza e del collasso dello Stato è semplicemente mentire. Qui, la vita quotidiana scorre. Le persone lavorano, si spostano, parlano, protestano quando necessario, ma non vivono in uno scenario di guerriglia urbana.

E soprattutto: qui lavorano anche i giornalisti.

La stampa locale è presente e attiva. E ci sono anche media stranieri, in particolare troupe cinesi, che sono presenti e chiaramente visibili. Seguono gli eventi, documentano ciò che sta accadendo e coprono apertamente anche la fase politica attuale, comprese le apparizioni pubbliche della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Tanto per parlare di "paese chiuso" o di "regime assediato".

Il Venezuela ha innumerevoli problemi, questo è fuori discussione. Ma bisogna avere il coraggio di dire qual è veramente il problema centrale – quello che in Occidente viene quasi sempre ignorato o liquidato in poche righe: questo Paese ha visto sanzionata la sua principale risorsa nazionale: il petrolio.

È come se qualcuno avesse deciso di staccare la spina a un'intera economia.

Quindi pongo una domanda semplice, una domanda che nessuno si pone mai quando si parla del Venezuela: come sarebbe l'Arabia Saudita se gli Stati Uniti sanzionassero il petrolio saudita? Come sarebbe un Paese che ha costruito su quella fonte di reddito se questa venisse eliminata? Quanto durerebbe?

Ecco perché molte analisi occidentali sul Venezuela sono ipocrite. Parlano della crisi come se fosse un fenomeno "naturale", un fallimento interno, quasi una punizione meritata. Ma non lo è. È anche il risultato di una pressione esterna costante e sistematica.

La domanda che circola oggi nelle strade di Caracas non riguarda solo Maduro. Qui si parla soprattutto di futuro. Perché una cosa è chiara: la rivoluzione bolivariana, quella iniziata con Hugo Chávez, non si è conclusa con il rapimento del presidente. E la popolazione lo sa.

In realtà, paradossalmente, questo evento sta producendo l'effetto opposto a quello sperato dai suoi promotori: anziché annientare il Paese, sta alimentando un sentimento ancora più forte di resistenza e di orgoglio nazionale.

In molti chiedono a gran voce il ritorno del presidente. E chiedono anche qualcosa di cui in Europa si parla a malapena: che gli organismi internazionali condannino apertamente questa grave violazione della sovranità venezuelana.

Perché non si tratta solo di Maduro, del chavismo o del socialismo. Si tratta di una questione più ampia: un Paese può rimanere indipendente se una potenza straniera decide di rapire il suo presidente e riscrivere la sua storia?

A Caracas oggi, questa domanda è onnipresente. E coloro che continuano a dipingere il Venezuela come un paese di "rovine inermi nel caos" stanno facendo una sola cosa: contribuiscono a nascondere un crimine politico dietro una narrazione di comodo.

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