10/01/2026
da Remocontro
Dalla dittatura alla democrazia, il compromesso della ‘democratura’. L’operazione USA del 3 gennaio ha prodotto per ora un cambio al vertice del governo chavista e non un ‘regime change’, che avrebbe voluto Trump. Un dittatore di meno ma un invasato di potere sul mondo in più. Proviamo a capire cosa vuole davvero Trump da questa transizione controllata da Washington, e di quanto dovrà accontentarsi, perché il successo dell’operazione militare nella sua mani difficilmente diventerà anche politico, analizza l’Ispi.

Prima la sceneggiata anti Narcos
Dopo quasi quattro mesi cannonate su imbarcazioni di presunti trafficanti di droga, era chiaro al mondo che l’obiettivo della super flotta Usa non era certo la lotta al narcotraffico. Minaccia militare, insieme al blocco delle esportazioni di petrolio dal Paese, mirata a provocare la caduta del governo Maduro per instaurare un esecutivo allineato con Washington, guidato da esponenti dell’opposizione, a partire da María Corina Machado ed Edmundo González Urrutia. Ma in politica, tra le tante cose, Trump è una catastrofe.
‘Regime change’, ma resta un regime
Ora Nicolás Maduro insieme alla moglie, Cilia Flores, sequestrati dalle forze armate Usa, sono negli Usa in attesa di un processo a sentenza comunque già scritta e su cui non è comunque facile piangere. Ma il dopo Maduro? Durante la conferenza stampa qualche ora dopo la cattura, il presidente Trump ha dichiarato che «la sua amministrazione governerà il Paese sudamericano fino a quando la transizione non sarà ‘sicura e appropriata’ e le infrastrutture petrolifere ricostruite». Spacconate e petrolio con vicinanza autoritaria come prezzo.
Altri esponenti ‘Chavisti’
L’amministrazione americana indicherà gli obiettivi al governo di Caracas, che però non sarà guidato dall’opposizione, ma dagli stessi dell’amministrazione Maduro. La vicepresidente Delcy Rodríguez, per ora: Trump si vendica con la Nobel María Corina Machado che «piace solo in Scandinavia e non sarebbe abbastanza popolare per governare». Transizione attraverso un governo chavista, per ora Rodríguez, col ministro degli Interni che controlla l’intelligence, e dal ministro della Difesa. Ma le scelte di Trump sono sempre ballerine.
Stabilità per il petrolio
Probabilmente Trump ha preso questa decisione perché i chavisti controllano le forze armate e di polizia, indispensabili per mantenere l’ordine interno. Il governo guidato da Rodríguez può quindi garantire nell’immediato la stabilità – se necessario anche attraverso repressione e intimidazioni, modello Maduro-, per la ristrutturazione dell’industria petrolifera sotto guida americana e diretti vantaggi. Assieme, in questo modo, i leader chavisti evitano di dover affrontare nel breve periodo nuove elezioni presidenziali libere e democratiche.
Venezuela petrolifero di reinventare
Il Venezuela nell’area di influenza americana, e le sue ricchezze di materie per l’interesse prioritario degli Stati Uniti. Per questo, oltre alla stabilità saranno necessarie ingenti risorse finanziarie, che Trump conta di ottenerle attraverso la vendita di greggio venezuelano. Washington ha infatti dichiarato che manterrà l’embargo totale sul petrolio del Venezuela e continuerà a sequestrare le petroliere che trasportano greggio soggetto a sanzioni, fatta eccezione per quelle espressamente autorizzate dagli Stati Uniti. Sanzioni a incasso di casa.
30-50 milioni di barili
Le autorità venezuelane consegneranno agli USA tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio che verranno venduti sul mercato, e il cui ricavato sarà gestito direttamente da Trump, ’garante’ di trasparenza. Ironie a parte, emerge che il nuovo governo di Caracas non solo riceverà indicazioni dagli Stati Uniti su ‘industria petrolifera, lotta al narcotraffico e alla criminalità, rapporti con Russia, Cina, Cuba e Iran’, ma che dipenderà anche finanziariamente da Washington, almeno fino a quando gli americani gestiranno le esportazioni di petrolio. Ma tutto con tempo e investimenti.
Ma non solo petrolio
Il Venezuela possiede una ricchezza di risorse naturali, oltre la più grande riserva di petrolio al mondo (circa il 17% delle riserve globali). Poi gas naturale, oro, coltan e terre rare. Il greggio venezuelano è attraente per le raffinerie statunitensi per il suo carattere pesante, complementare al petrolio leggero prodotto negli USA, e per la prossimità geografica, che consente un trasporto rapido verso il Golfo del Messico, dove si trovano impianti progettati per processare miscele di greggi pesanti e leggeri, scrive nel rapporto Ispi, Antonella Mori.
La pace americana attraverso la forza
Molti a sorprendersi quando Trump in realtà aveva già detto tutto. ‘America First’ e ‘pace attraverso la forza’ scritta nella «Strategia di sicurezza nazionale stelle e strisce». Il dominio dell’emisfero occidentale e l’esclusione di altre grandi potenze, in particolare la Cina, soprattutto quando sono in gioco risorse petrolifere e strategiche. ‘Sicurezza nazionale’ non semplice retorica e la nuova Dottrina Monroe, con il cosiddetto ‘Corollario di Trump’ a peggiorarla. Prossimi obiettivi Cuba, Colombia e Messico. In attesa del come.
Le incognite caraibiche
È ancora presto per sapere se la strategia di Washington interpretata dall’oscillante Trump ricattato dai sondaggi per le elezioni del Medio termine, funzionerà senza la necessità di impiegare forze militari sul territorio venezuelano. Numerose le criticità che potrebbero rendere necessario un intervento di soldati americani. Nel caso di Cuba, pressioni per un vero ‘regime change’, col segretario di Stato Marco Rubio, di origini cubane. Nel caso della Colombia e del Messico, l’intervento USA probabilmente mirerà a rafforzare la lotta al narcotraffico.
Speranze di futuro non violente
La speranza per i venezuelani è che alcuni miglioramenti economici si materializzino rapidamente, ma questo dipenderà dalla decisione di Trump su quante risorse saranno destinate ai venezuelani e quante alle società petrolifere americane. Non facile, con l’amministrazione americana che dovrà innanzitutto convincere le società petrolifere private a investire nel Paese. Secondo il Financial Times, le major petrolifere avrebbero chiesto garanzie alla Casa Bianca: per due volte i pozzi petroliferi sono stati espropriati e parzialmente nazionalizzati.
Un ‘affare difficile’
Per ora molto da spendere, dopo anni di scarsa manutenzione. Per stabilizzare l’attuale, ridotto, flusso produttivo sarebbero necessari oltre tre miliardi all’anno. E le ambizioni di incrementare rapidamente le esportazioni si scontrano con la realtà. Se invece gli Stati Uniti volessero davvero recuperare i record di produzione degli anni Novanta, allora il conto salirebbe fino a 180 miliardi di dollari di investimenti entro la metà del secolo. Un percorso lungo: tornare a tre milioni di barili al giorno richiederebbe, secondo Rystad, almeno 15 anni di lavoro?
Vantaggio a breve termine
Nel breve termine gli Stati Uniti potranno comunque sfruttare la posizione acquisita. Col blocco navale della Marina USA, nessuna petroliera entra o esce dalle acque venezuelane senza l’autorizzazione di Washington. E l’unica società straniera già operativa in Venezuela –Chevron– può sbaragliare la concorrenza e, almeno per ora, sfruttare la condizione di fatto monopolistica. La società texana a gennaio ha già ordinato a undici petroliere di dirigersi verso i porti venezuelani. E diventa più evidente l’interesse Usa di esportare in America latina il suo ‘modello di democratura’ a muso duro.
È probabile che Trump nel breve periodo riesca a indebolire alcuni rivali storici – Cina, Iran, Cuba – che erano legati a doppio filo al petrolio venezuelano. Ma controllare il greggio di Caracas ‘a tempo indefinito’, è tutt’altro che una sfida scontata.

