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Verso il quinto anno di guerra nell’Ucraina sempre più sola

Verso il quinto anno di guerra nell’Ucraina sempre più sola

Politica estera 

20/02/2026

da Il Manifesto

Sabato Angieri

Dov'è la vittoria I negoziati si allungano, i soldati muoiono a migliaia e per i civili la situazione è terribile

La guerra è iniziata con un boato. All’alba del 24 febbraio 2022 a Kiev nessuno capiva cosa stesse succedendo, poche ore dopo i negozianti già si affrettavano a prendere le cose più preziose e a sbarrare i locali e chi poteva fuggiva a ovest con la macchina stracarica. Chi non poteva era già in fila davanti ai pochi negozi rimasti aperti. File che con l’arrivo delle notizie dall’est si sono allungate.

I carri armati hanno passato il confine a Kharkiv, nel Donbass e a sud dalla Crimea. Nel giro di pochi giorni molte città sono cadute, ma l’aeroporto di Gostomel, a nord-ovest di Kiev, no. I reparti speciali ucraini erano stati avvertiti – forse dai britannici – aspettavano gli spetsnaz russi e ne hanno fatto strage. Da questo primo fallimento si fa strada una consapevolezza nuova, per i russi non sarà «una passeggiata nel parco», come pare che alcuni generali e alti funzionari avessero promesso a Vladimir Putin. Si prova via terra e arriva da nord la colonna di 40 km di carrarmati che dovevano trasformare la capitale ucraina in Sarajevo e invece si bloccano per strada senza carburante.

A KHARKIV interi quartieri, tra cui Saltiv, che quando vi nacque Eduard Limonov si chiamava ancora Saltov, vengono rasi al suolo dai bombardamenti, le lamiere dei chioschi in strada si deformano per il calore e sono ancora lì con le loro forme futuriste. Ma neanche la seconda città d’Ucraina cade. Intanto sull’orizzonte del Mar Nero si vedono confusi e minacciosi profili di navi da guerra pronte a sbarcare a Odessa. Un inverno freddissimo, neve e ghiaccio dovunque e gli unici profili neri per strada erano i cavalli di frisia prima dei posti di blocco. La paranoia dei sabotatori aveva preso tutti dai vertici ai soldati di piantone, non si potevano fare duecento metri senza essere controllati. Ma incredibilmente, forse con l’aiuto dei missili o dell’intelligence britannica, la corazzata Moskva viene affondata e le navi russe iniziano ad allontanarsi dalle coste. E ancora l’offensiva russa di maggio e la controffensiva ucraina di settembre, Bucha e Irpin e il teatro di Mariupol, l’attentato al gasdotto Nord Stream, il referendum per l’annessione di Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson che diventano territorio della Federazione senza mai essere state occupate integralmente.

CI SAREBBE MOLTO altro da dire e da scrivere, ma siamo stanchi di sentire. Però oggi muoiono tra gli 12 e i 35mila soldati russi al mese, a seconda delle stime, e molti ucraini dei quali non abbiamo dati. I civili sono intrappolati in condomini congelati dall’inverno più freddo degli ultimi 15 anni e in larghe parti del Paese manca la corrente e il gas. Poco importa, dalla cronaca quotidiana con tanto di mappe interattive nelle trasmissioni televisive si è passati al disinteresse, quasi al fastidio, e alla più ampia gamma possibile di teorie complottiste. Quella che con Joe Biden era la «difesa dei valori occidentali», con Donald Trump è diventata «una questione da terminare in fretta per ricominciare a fare affari». In contemporanea Volodymyr Zelensky per la Casa bianca è diventato un «leader autoritario», uno che si «rifiuta di tenere elezioni», come hanno dichiarato prima JD Vance e poi Elon Musk – che al conflitto ha impresso una modernizzazione inaudita grazie ai suoi satelliti Starlink.

Il presidente ucraino è passato dalla copertina del Times alla gogna mediatica. In parte ci si è messo da solo, tra scandali politici, corruzione sistemica fin nelle aziende vitali dello stato (dall’approvvigionamento della Difesa all’Energia), redistribuzione delle cariche apicali ai suoi fedelissimi e tentativi di imbavagliare chiunque lo ostacolasse (come gli organi anti-corruzione). Ma siamo stati noi a renderlo un santo, a farne il re crociato di uno scontro di civiltà contro il barbaro russo. E ora? Ora che da Washington ci dicono che non c’è nessuna civiltà da difendere, ma che bisogna finirla per dedicarsi alla Cina, che è il vero nemico, oppure che il petrolio russo va bene solo per gli Usa, e a noi non resta altro che comprare il Gnl a stelle e strisce, pagarlo di più e ringraziare per giunta; che le armi all’Ucraina non bisogna darle più, ma se le compriamo dal Pentagono allora va bene e che non possiamo partecipare ai negoziati che disegneranno gli assetti europei per i prossimi anni, ma dobbiamo essere pronti a intervenire in caso di recrudescenza del conflitto; che siamo scrocconi e approfittatori nonostante abbiamo pagato più di tutti (tranne che degli ucraini, ovviamente) per mantenere lo stato e l’esercito di Kiev, solo ora ci accorgiamo che «è necessario» parlare con Putin? Lo ha detto Emmanuel Macron qualche settimana fa, scusandosene quasi ma vantandosene un po’, come se qualcuno dovesse farsi carico di questo peso.

OGGI SEMBRA che a sostenere l’Ucraina sia solo l’élite politica europea, e neanche tutta, mentre sui social network o al bar sotto casa hanno tutti perso la pazienza: «certo che ‘sto Donbass glielo potrebbero pure dare», come se la colpa fosse degli ucraini. Questo ragionamento, che a quanto dice Zelensky è lo stesso di Trump, sottende un meccanismo più complesso e deleterio: la polarizzazione. Con chi stai? Con gli ucraini nazisti, con gli ucraini difensori della libertà, con i russi accerchiati dalla Nato che hanno giustamente reagito, con i russi orchi sanguinari… quante di queste posizioni si potrebbero prendere e quanto è diventato facile diventare un bersaglio. Questo bisogno alla lunga si è rivelato per quello che era: pura retorica interessata. Gli Usa di Biden volevano che questa guerra continuasse perché si poteva indebolire la Russia indirettamente. Gli Usa di Trump vogliono indebolire la vecchia Europa, che non mancano di criticare quotidianamente perché in piccola parte ancora resiste all’ondata populista, razzista, autoritaria e liberticida di Washington, e accolgono a braccia aperte chiunque dia un’altra picconata al muro di certezze che ha sorretto per decenni gli equilibri mondiali e che oggi ha crepe grosse quanto le bugie che ci siamo raccontati. Per Putin è ormai una questione esistenziale e chi non ci crede è cieco o in cattiva fede.

NEL MEZZO gli ucraini, che tra due giorni entreranno nel quinto anno di guerra. Da noi, in Occidente, sono diventati una notizia ogni tanto sui media, e quando ricordi che in quella parte di mondo si combatte dal 2022 c’è sempre qualcuno che ti guarda stupito e dice: «così tanto?».

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