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Vita da rider nella canicola: morire di caldo o di fame

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Lavoro

11/07/2026

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

Terza ondata di calore Milano, nelle ore torride stop ai fattorini che però non hanno tutele e non guadagnano

Nei quindici giorni letali che ci aspettano, con temperature che arriveranno fino a 43 gradi, i rider affronteranno il conflitto tra due diritti fondamentali: la tutela della salute e il diritto al reddito. Il conflitto che ricadrà sulle spalle dei lavoratori più chiacchierati, e tra i meno tutelati, d’Italia è stato sviscerato ieri in un’assemblea-presidio convocata dal Nidil Cgil in Piazza Duca d’Aosta, all’ingresso della Stazione Centrale di Milano.

A MILANO c’è una presenza molto importante di rider. Vista la sua rilevanza, ciò che viene fatto in città ha una ricaduta sull’intero paese. Un’ordinanza del Comune, richiesta dai sindacati, ha stabilito la riduzione degli ordini sulle piattaforme di food delivery e ha fermato i rider che effettuano consegne in bicicletta nelle ore di caldo estremo. Sono i momenti in cui è possibile misurare la violenza di classe subita dai ciclofattorini che, in maggioranza, non hanno la cittadinanza. Quando fuori l’aria è irrespirabile, molte persone preferiscono non uscire di casa o dagli uffici. E ordinano sulle piattaforme. I rider scattano perché le piattaforme realizzano un fatturato importante.

FERMARSI crea un problema concreto: o si muore di caldo e si lavora, oppure si rispetta lo stop e si muore di fame. Per questa ragione i sindacati hanno chiesto che la sospensione delle attività sia accompagnata da un sostegno economico. A loro avviso le piattaforme dovrebbero garantire la continuità di reddito nelle ore di sospensione del servizio. In mancanza di ammortizzatori sociali che non sono riconosciuti ai rider. Ma le risposte sono state «negative o insufficienti».

IL PROBLEMA non è stato affrontato dal decreto anti-caldo entrato in vigore lo scorso primo luglio. L’ordinanza del Comune di Milano supplisce all’assenza di intervento sui rider, ma non è in grado di risolvere il problema che sta a monte: il riconoscimento dello statuto di lavoratori subordinati alle piattaforme. Nessun governo, compreso quello in carica, ha affrontato in maniera significativa la questione. Nonostante le inchieste della Procura di Milano, che ha commissariato Glovo e Deliveroo e, tra l’altro, ha chiesto il riconoscimento della subordinazione dei rider.

«DIETRO L’ALTERNATIVA “morire di caldo o morire di fame” c’è la condizione reale dei rider: fermarsi significa perdere reddito, lavorare significa esporsi a rischi – ha sostenuto il sindacato Usb in una manifestazione che si è tenuta in via Padova a Milano lo scorso 7 luglio – I rider fanno un lavoro ancora classificato come autonomo, ma organizzato nei fatti come subordinato, dentro un modello basato su cottimo e assenza di tutele. Siamo fortemente preoccupati per l’evoluzione del confronto in corso tra Assodelivery, Confcommercio e alcuni sindacati: il tema della subordinazione è stato espunto dall’agenda per discutere solo di regolazione del lavoro autonomo, assumendo come partenza lo stesso modello bocciato dalla Procura di Milano. Questo è un arretramento gravissimo». Lunedì 20 luglio, al Cnel a Roma, Usb organizzerà un convegno al quale parteciperanno tra gli altri il pm milanese Paolo Storari, protagonista anche delle inchieste sul caporalato digitale.

LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE è emersa il 26 giugno quando Nidil Cgil ha abbandonato il tavolo delle trattative e ha lamentato la chiusura delle aziende – pur sottoposte a controllo giudiziario – sulla centrale questione della subordinazione, oltre che sui compensi oltre il cottimo e le tutele contro i colpi di calore.

«L’AUMENTO medio fino a 200 euro promesso da Glovo a maggio, con decorrenza dal 9 febbraio 2026, si è tradotto in pochi euro» ha denunciato Nidil Cgil. L’aumento del compenso minimo era stato annunciato dalla società sotto controllo giudiziario il 19 maggio scorso, con la condivisione della Procura di Milano: promessi 3 euro lordi a consegna (contro i precedenti 2,50), 14 euro lordi l’ora (contro i 10). L’esame delle fatture fatto dal sindacato ha mostrato che le «integrazioni una tantum» sono inferiori in media ai 10 euro totali.

LA REALTÀ che si vede a Milano è la stessa riconosciuta in tutto il paese. E non solo. Ma andando a curiosare di regione in regione emergono altri paradossi. Le norme cambiano, come i soggetti tutelati. La coperta è sempre corta e qualcuno resta fuori. Per esempio in Veneto, dove i rider sono rientrati in un intervento regionale, ma i postini no. «Non è chiaro come siano state prese certe decisioni – si sono chiesti i sindacalisti della Cgil di Vicenza – Perché i rider sì, ma i postini no? Perché nessun accenno alle fabbriche, alle fonderie, alle imprese di pulizia, agli operatori ecologici? Nonostante temperature che superano abbondantemente i 35 gradi, sono troppi i datori di lavoro che non vogliono modificare gli orari, non riorganizzano i turni, non aumentano le pause, non garantiscono adeguati spazi di raffrescamento e continuano a pretendere ritmi produttivi incompatibili con la tutela della salute, chiedendo addirittura di fare straordinari».

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