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Votare a sinistra, una questione di civiltà

Votare a sinistra, una questione di civiltà

Le elezioni di giugno, in questo momento storico segnato dall'onda nera che avanza in Europa, sono uno spazio politico collettivo importante. Sono l'occasione per dispiegare una chiara visione di sinistra con idee forti. È una battaglia di civiltà irrinunciabile per chiunque abbia a cuore il futuro di una Europa democratica, laica, inclusiva

Europa a rischio, scriviamo a chiare lettere in copertina. Lanciamo l’allarme per tempo a 4 mesi dalle elezioni europee. Prepariamoci da subito a correre a votare a giugno, contro l’onda montante delle destre. Nel 2019 avevamo in qualche modo scampato il pericolo sovranista. Questa volta potrebbe finire diversamente. In Germania i neonazisti dell’Afd, toccano quote del 30 per cento (specie nell’ex Germania dell’Est). In Spagna ci sono i franchisti di Vox, amici di Meloni e di Fratelli d’Italia che in un rapporto di do ut des con la Lega si apprestano a stravolgere la Costituzione antifascista imponendo la torsione autoritaria del premierato e la svolta secessionista dell’autonomia differenza. Per non parlare dell’Ungheria di Orbán che imbavaglia i media, manovra la magistratura, impone leggi schiaviste sul lavoro, impone trattamenti inumani e degradanti ai detenuti in attesa di giudizio, tra cui Ilaria Salis, e tiene in scacco l’Ue su questioni dirimenti come le politiche migratorie. L’avanzata destrorsa, purtroppo, si muove da Sud, con la Grecia di Mītsotakīs, all’estremo Nord dei “veri Finlandesi” come documenta la mappa stilata per Left da Saverio Ferrari dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre.

Parliamo di destre xenofobe, razziste, negazioniste rispetto al climate change, nazionaliste, guerrafondaie. Come se non fossero bastati gli innumerevoli milioni di morti delle due guerre mondiali. Come se non fosse bastata la carneficina nella ex Jugoslavia, come se non bastasse la devastazione e il mezzo milione di morti in Ucraina in due anni di aggressione russa cominciata il 24 febbraio 2022 (a cui dedichiamo il libro del mese curato dallo slavista Lorenzo Pompeo). Come se non bastassero gli oltre 27mila civili uccisi in Palestina da Netanyahu dopo l’attacco di Hamas in Israele e i 1200 cittadini israeliani trucidati.

Le destre con l’elmetto, che puntano all’Europa sovrana (per dirlo con il titolo di un bel libro di Angela Mauro edito dalla Fondazione Feltrinelli), che continuano a propagandare come unica via di risoluzione dei conflitti quella delle armi e della guerra, della rappresaglia, del dente per dente, hanno la responsabilità della immane tragedia che abbiamo davanti ai nostri occhi. Guerre che alimentano solo il business di chi produce armi, come dimostra, numeri alla mano, Francesco Vignarca della rete italiana pace e disarmo su questo numero di Left. Bruxelles è rimasta sostanzialmente inerte di fronte agli scenari di guerra, quella che si consuma nel cuore dell’Europa in Ucraina e quella mediorientale che vede come vittime di una punizione collettiva l’intero popolo palestinese inflitta da Israele dopo il feroce attacco terroristico di Hamas. Molti Paesi della Ue hanno inviato armi all’Ucraina e molti, a cominciare dall’Italia, affiancano Usa e Gran Bretagna che bombardano gli Houti yemeniti che tentano di sabotare il passaggio delle navi commerciali dirette in Europa attraverso il Mar Rosso. Sul piano diplomatico l’Europa è stata quasi del tutto assente, accodandosi sul piano militare alle decisioni degli Usa e alla Nato. Anche per recuperare (o forse sarebbe meglio dire costruire) una soggettività politica europea in linea con il rispetto dei diritti umani e per la costruzione di orizzonti concreti di pace dobbiamo dare un segnale forte partecipando massicciamente al voto e prima ancora animando la discussione pubblica cercando di orientarla a sinistra.

Lo avevamo già auspicato nel primo numero di Left del 2024 (Viva l’Europa antifascista). Lo ripeteremo ad ogni occasione sulla carta, sul sito, negli eventi pubblici da qui al 9 giugno. Perché è una battaglia di civiltà irrinunciabile per chiunque abbia a cuore il futuro di una Europa democratica, laica, inclusiva. «Le elezioni europee sono un’occasione e uno spazio politico collettivo importante, dove finalmente poter argomentare una visione di sinistra radicalmente alternativa, dove proporre con determinazione le nostre idee», dice nell’intervista esclusiva per Left il leader spagnolo Pablo Iglesias. Essere di sinistra, ed essere coerenti, «non è gratis», rimarca il fondatore di Podemos, già vice premier del governo Sànchez e oggi direttore della rete multimediale Canal red.

Iglesias per tutto questo ha pagato un prezzo non indifferente anche sul piano personale e ora da “militante” lavora per rilanciare il partito in connessione con i movimenti: giustizia sociale, giustizia climatica, femminismo, pace, diritti umani, sono le questioni chiave. Sono le idee forti per il rinnovo del Parlamento europeo in cui si va a votare con una legge proporzionale e con le preferenze. In Italia, riguardo alle elezioni politiche, non abbiamo più questo diritto. È un’occasione unica per far valere le nostre idee. Quali? In primis quella di una «Europa collettiva, basata sull’uguaglianza fondamentale fra tutti gli esseri umani» immigrati e non, come scrive Matteo Fago: «L’idea di uguaglianza universale tra gli esseri umani può aprire prospettive nuove, non solo nei termini della politica nazionale, ma soprattutto nella politica internazionale. La sinistra deve cambiare vocabolario. Iniziare a trovare parole nuove… per esempio iniziamo a parlare di collettività europea invece che di comunità europea. Perché in questo modo ci possiamo riferire alle persone e non agli Stati». Per un’unione europea non di soli mercati e che realizzi un progetto politico, che dia ali a quella utopia concreta che ha radici nel Manifesto di Ventotene, come ci ricorda su questo numero di Left Pier Virgilio Dastoli, che fu collaboratore di Altiero Spinelli al Parlamento europeo. Scritto nel 1941 da giovani carcerati mandati al confino da Mussolini e frutto della lotta antifascista il Manifesto poté viaggiare ed essere tramesso a livello internazionale grazie al contributo di Rossi, Spinelli e Colorni, insieme a Ursula Hirschmann e Ada Rossi Dopo l’invasione della Polonia del 1939 e mentre procedeva l’invasione nazista dell’Urss, mentre nel 1941 procedeva lo sterminio sistematico degli ebrei quei giovani ebbero il coraggio di pensare un futuro diverso. Tanto più è obbligo farlo oggi.

09/02/2024

da Left

Simona Maggiorelli