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Washington paga e ottiene promesse

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16/06/2026

da il Manifesto

Emiliano Brancaccio

Partita Persia È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa

 Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.

Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.

Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.
Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.

In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.

Inoltre, gli Stati uniti sono pronti a inaugurare una progressiva rimozione delle cosiddette «sanzioni» contro il regime teocratico. Significa, in sostanza, che saranno allentate le barriere protezioniste, non solo verso il petrolio ma anche verso le imprese estere che hanno continuato a interagire con Teheran. Lo sbandierato friend shoring americano potrebbe così diventare enemy shoring: una stagione di nuovi commerci col vecchio nemico.

C’è poi il capitolo dei fondi per la ricostruzione dell’Iran bombardato. Trump ha ancora la faccia di venderla come occasione di profitto per i sodali del suo golf club. Ma gli iraniani la vedono diversamente, come riparazioni di guerra a carico dei demolitori. In un caso o nell’altro, è difficile immaginare che gli investitori americani potranno muoversi a proprio agio, in un paese ormai ampiamente innestato nella fitta rete di relazioni inter-capitalistiche sino-russe.

Resta infine il disastro di Hormuz. All’inizio della guerra, Washington e Tel Aviv puntavano sulla presa del canale per condizionare i transiti verso oriente e mettere la Cina sotto scacco. Non è andata bene. Adesso si accontentano di invocare una riapertura senza condizioni. Ma potrebbe andargli peggio. Ora infatti è Teheran che esige denari da coloro che passeranno lo stretto, non più come «pedaggi» ma come «servizi di navigazione e sicurezza». Per il diritto internazionale la definizione è più digeribile. Ma la sostanza è la stessa: l’iniziale azzardo piratesco di americani e israeliani potrebbe sfociare in un umiliante ribaltamento di ruoli.

L’esito della contesa militare è alquanto sorprendente ma tra i contabili di guerra non c’è troppo stupore. Oggi l’America indebitata può spendere per armamenti meno di un decimo rispetto agli enormi investimenti militari che destinava alle campagne medio-orientali nell’epoca d’oro delle grandi invasioni.

La ragione risiede in un limite già delineato da Ian Ferguson: quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi. Ferguson parla solo di debito pubblico, come vari commentatori poco avvezzi all’argomento. In realtà si tratta di debito verso l’estero, sia pubblico che privato. Ma l’implicazione è quella. Come era accaduto nella crisi dell’impero britannico, il cosiddetto vincolo esterno inizia a mordere anche l’impero americano.

Presi nell’inedita morsa, gli Stati uniti saranno presto o tardi forzati verso un drammatico bivio: rassegnarsi al declino imperiale e accettare di governarlo pacificamente con gli altri paesi, oppure giocarsi il tutto per tutto con una escalation bellica generale, in spregio al dissesto finanziario e forti di una supremazia militare ancora difficile da scalzare. O Pechino o morte.

A lungo il dilemma incomberà sul mondo. Per adesso, anziché affrettarsi a inviare navi italiane su Hormuz, Meloni farebbe bene a chiedere all’amico Trump in che direzione vuol mettere la freccia.

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