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L’IGNOBILE REALPOLITIK CHE COMBATTE SCHIAVI E NON GLI SCHIAVISTI

Guido Rampoldi

 

 

Non è necessario ascoltare i migranti sbarcati in Italia per sapere quanto disumana fosse la condizione in cui le milizie libiche li detenevano: lo racconta a sufficienza il solo fatto che pur di scampare a quella specie di schiavitù abbiano preferito rischiare la roulette russa del viaggio nel Mediterraneo.

 

Sappiamo anche che nei lager irraggiungibili dalle Agenzie internazionali restano decine di migliaia di esseri umani – bambini, ragazzini orfani (tanti), donne esposte a stupri seriali, inermi torturati non in regioni remote del pianeta ma proprio di fronte alle nostre coste, accanto ai tubi che ci portano gas e petrolio.

 

«Disincastrare» quelle moltitudini intrappolate in Libia dovrebbe essere una priorità per Unione europea e Nato, non fosse altro perché l’una e l’altra richiamano tra i propri scopi la protezione dei diritti umani.

 

Invece l’argomento è la «Lettera scarlatta» delle inconcludenti riunioni europee, invisibile eppure bene in vista. Governi e parlamenti lo ignorano, i media tacciono, nessuno propone soluzioni.

 

Silenzio totale. Al più bisbigli: ci dispiace per quei disgraziati, siamo inorriditi, ma che ci possiamo fare?

 

Eppure l’inazione europea non è una scelta obbligata e nasconde motivi inconfessabili.

 

Innanzitutto il timore che, se fossero liberati, proprio per effetto di quanto hanno subito i migranti sarebbero nelle condizioni di ottenere dalle Agenzie internazionali almeno la «protezione umanitaria», e con quella il diritto di essere accolti in Europa.

 

Inoltre, gli stati che in Libia hanno interessi forti e nazionali, Italia e Francia in testa, non vogliono inimicarsi le milizie coinvolte nel traffico di umani, temendone le vendette.

 

Infine, diverse di quelle bande hanno accordi segreti con gli occidentali per sorvegliare impianti petroliferi, proteggere le imprese, offrire sostegno militare ai progetti politici coltivati da Roma e da Parigi.

 

Per esempio, tramite una società dell’inesistente stato libico la poliedrica milizia degli al-Dabashi aveva in appalto, e forse l’ha tuttora, la guardiania del terminal costiero di Mellitah, dal quale l’Eni manda in Sicilia gas vitale per i nostri approvvigionamenti.

 

Il capobanda è indicato dal Consiglio di sicurezza tra i boss della tratta di migranti ma la lista, pubblicata il 6 giugno, omette un’ulteriore evoluzione: sul finire del 2017 gli al-Dabashi davano manforte agli amici guardacoste per impedire le partenze dei barconi organizzate dalle cosche rivali.

 

In ricompensa avrebbe ricevuto da Roma svariati milioni. Chiunque abbia pagato, è significativo che l’accordo non includesse la liberazione di centinaia di migranti reclusi dalla cosca nei propri hangar. Di quelli importa a nessuno.

 

Che in origine fosse o no inevitabile, la Realpolitik europea adesso comporta la rinuncia a contrastare i trafficanti con i pochi strumenti disponibili.

 

Innanzitutto la giustizia internazionale, mezzo tanto più affilato laddove i provvedimenti della Corte penale internazionale fossero rafforzati da misure adottate dagli stati (innanzitutto le taglie sui ricercati, incentivo irresistibile nelle comunità di predoni).

 

Più in generale, è verosimile che se l’Europa si prendesse qualche rischio e combattesse con determinazione i boss del traffico, l’afflusso di migranti in Libia tornerebbe alle dimensioni modeste che aveva prima di diventare, per impulso delle milizie, l’industria nazionale; e le violenze diminuirebbero. Ma questa prospettiva non pare minimamente all’orizzonte dell’Unione europea, tantomeno del nuovo governo italiano, semmai impegnato a portare alle estreme conseguenze la politica del governo precedente. Quel che conta è bloccare l’arrivo di barconi per le nostre coste.

 

La domanda che dovrebbe seguire – cosa accade ai migranti intrappolati in Libia se chiudiamo la loro unica via di scampo – non è prevista.

 

Da qui un singolare paradosso: uno stato che probabilmente ha ingaggiato una milizia di trafficanti per proteggere gli approvvigionamenti di energia adesso mette sotto inchiesta ong che intrattenevano con le cosche rapporti magari troppo disinvolti, ma senza alcun passaggio di denaro.

 

Sarebbe quasi comico se gli sforzi delle procure per ficcare un fenomeno storico come le migrazioni nella casella giudiziaria più conveniente non incontrassero il plauso di tante persone dabbene (per esempio Camillo Davigo).

 

Però dobbiamo convenire che i semi-schiavi di Libia ci risultano invisibili non soltanto perché li abbiano resi tali gli ultimi governi, molti media e la grande maggioranza del parlamento. Anche le società democratiche soffrono di accidia morale, come scoprirono gli ebrei tedeschi che alla fine degli anni Trenta cercarono di emigrare nei Paesi anglosassoni: in parte rilevante furono respinti da una campagna ostile che li voleva «migranti economici», ricettacolo di terroristi, costosa zavorra, non assimilabili, dediti a culti alieni e a una cucina puzzolente.

 

Tante brave persone se ne lavarono le mani, rimettendosi alle decisioni della legge.

 

Eppure una minoranza tese la mano ai fuggiaschi. Una reazione altrettanto spontanea e trasversale, etica prim’ancora che politica, oggi perimetra uno spazio aperto nel quale soffiano idee e comportamenti non conformi alla narrativa mainstream. Quel vento fresco potrebbe trasportare i semi di forme politiche più appassionanti di quanto offra oggi il parlamento.

 

Di sicuro sarà tra le nostre poche attenuanti quando le inchieste internazionali e la storia ci sbatteranno in faccia la verità e il disonore.

 

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