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AGGRESSIONI IN AUMENTO, UE INERME DI FRONTE AL RAZZISMO

Carlo Lania

 

Europa. Sono 18 milioni i Rom in Europa

 

Il titolo del video, postato su Instagram, non potrebbe essere più esplicito: «A Safari on the Gypsy», una caccia allo zingaro organizzata e filmata da alcuni membri del gruppo neofascista ucraino «Sober and Angry Youth» che si sono fatti riprendere mentre inseguono un giovane rom per le strade di Leopoli. Non si tratta dell’unico episodio violento avvenuto in Ucraina e in particolare nella città vicina al confine con la Polonia. Il 23 giugno di quest’anno, solo un mese prima che il video venisse girato, David Popp stava dormendo nella sua tenda quando un commando di uomini mascherati e armati di coltelli e catene ha preso d’assalto il campo rom allestito alla periferia della città uccidendolo. Nel raid sono rimaste ferite anche una ragazza di 19 anni, una donna di 30 anni e il suo bambino di 10.

 

L’assassinio di Popp, che viveva raccogliendo bottiglie di plastica e rottami di metalli, ha segnato il culmine di una serie di violenze compiute in Ucraina da gruppi di estrema destra scatenati contro la comunità Rom. Oltre all’uccisione di Popp almeno altre cinque aggressioni gravi si sono infatti registrate nel Paese nella quasi indifferenza del governo, spesso tollerante nei confronti dei questi gruppi per la loro resistenza all’occupazione russa.

 

Ucraina, ma non solo. Aumentano infatti un po’ ovunque le aggressioni contro i circa 18 milioni di Rom e Sinti che vivono in Europa, anche in Paesi fino a ieri ritenuti immuni al virus razzista. «L’incremento delle violenze va di pari passo con la vittoria delle forze xenofobe nelle elezioni politiche dei vari Paesi» denuncia Dijana Pavlovic, attrice rom, mediatrice culturale e portavoce dell’Alleanza romanì. «Ho l’impressione che quanto accade sia purtroppo solo l’inizio. Quando a Roma una bambina rom viene ferita da uno sconosciuto che spara dalla finestra di casa è possibile che sia un caso? E la cosa più grave è che manca una reazione da parte della società civile».

 

L’European Roma Information Office (Erio) è un’organizzazione internazionale per la tutela della popolazione rom in Europa con sede a Bruxelles che ha raccolto in un dossier le decine di violazioni ai diritti umani e le discriminazioni compiute nel corso del 2017 negli Stati membri dell’Ue, specie dell’Est, e in quelli candidati a farne parte. Come quella avvenuta il 13 aprile in Bulgaria, dove nella città di Bohot la polizia ha aggredito due uomini, padre e figlio, mentre raccoglievano legna nel bosco vicino casa. «L’uomo, sofferente di cuore, è morto in seguito all’aggressione – denuncia il rapporto -. Suo figlio, ferito seriamente, ha riportato la frattura di un braccio e di alcune costole». Gli agenti avrebbero giustificato quanto accaduto sostenendo che i due erano in possesso di pesticidi rubati e avevano fatto resistenza all’arresto e negando ogni responsabilità nella morte dell’uomo. Sempre in Bulgaria, a settembre, un rom è stato invece venduto come uno schiavo al proprietario di una fattoria per 1.500 euro.

 

Nella repubblica Ceca il sito Romea.cz ha messo on line una registrazione nella quale si sente l’impiegato di un’agenzia immobiliare rifiutarsi di affittare un appartamento a una famiglia rom. La Corte europea per i diritti dell’uomo ha invece condannato l’Ungheria per l’aggressione compiuta nel 2012 ad alcune famiglie rom. Il 5 agosto di quell’anno più di 700 persone vicine a gruppi di estrema destra hanno partecipato a una dimostrazione nella città di Devecser. «Dopo la protesta – denuncia Erio – si sono dirette verso un’area in cui vivono alcune famiglie rom gridando: “Zingari criminali… daremo fuoco alle vostre case… Brucerete dentro le vostre case” e lanciando pietre contro le abitazioni». Il rapporto denuncia altri episodi di razzismo avvenuti anche in Slovacchia, Italia, Francia, Grecia e Danimarca.

 

Come si reagisce alla marea razzista? «Non mi piace definirci vittime, ma sicuramente noi rom siamo sotto pressione», ammette Pavlovic. «Siamo soli e non organizzati come comunità, Che facciamo, ci armiamo in nome della legittima difesa come dice il ministro Salvini? E’ un’ipotesi che rifiutiamo. Cerchiamo invece il sostegno di quel poco di società civile che ancora esiste ma sappiamo che sarà una battaglia lunghissima, perché il mostro nero del razzismo è radicato profondamente nelle persone».

 

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