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NO ARTICOLO 18, SI VOUCHER : LA LOGICA DEL DECRETO DIGNITÀ

Roberto Ciccarelli

da il Manifesto

 

Decreto dignità. Alla Camera respinto un emendamento di Liberi e Uguali che ripristinava un diritto cancellato dal Jobs Act. «No» di M5S al ritorno dell’art. 18. Il Pd attacca. La replica: «Ipocriti, avete massacrato il lavoro». LeU: «Un'occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori». Oggi al Pantheon a Roma, alle 11, continua la protesta dei sindacati contro l'estensione dei voucher in agricoltura e nel turismo, previsto il flash mob della Cgil «No Voucher»

 

 

 

Un emendamento di Liberi e Uguali (LeU) al decreto dignità che intendeva ripristinare l’articolo 18 è stato bocciato ieri alla Camera con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati della sinistra. Il voto contrario del Movimento 5 Stelle contro il ripristino di un diritto cancellato dal Jobs Act ha creato una polemica in gran parte strumentale tra le forze politiche che stanno discutendo un provvedimento in cui la maggioranza penta-leghista ha deciso di aumentare gli indennizzi per i licenziamenti illegittimi, restando nel solco tracciato da Renzi.

 

PER CAPIRE LA POLEMICA va raccontato il contesto in cui è avvenuta. In campagna elettorale, e anche prima, i Cinque Stelle avevano promesso di abolire il Jobs Act. L’alleanza con la Lega non lo permette, anche se i pentastellati sembrano annunciare altri provvedimenti dove il tema sarà ripreso. Salvini e padroni del Nord-Est permettendo. Ciò che colpisce in questo gioco di veti incrociati, dove ad avere la peggio è la linea dei Cinque Stelle (abolire la «Buona Scuola», abolire il Jobs Act: un ricordo), è il cedimento sui voucher estesi in agricoltura e nel turismo. Una norma che è l’opposto della promessa «Waterloo del precariato», annunciata dal vicepremier e poliedrico ministro del lavoro e dello sviluppo, Luigi Di Maio, il quale pensa alla stretta sui contratti a termine e sta sottovalutando gli effetti dei nuovi voucher fortemente voluti dalla Lega, contestatissimi da tutti sindacati da giorni in piazza. La Cgil oggi terrà un flash-mob di protesta al Pantheon e valuta il ritorno al referendum. Solo l’anno scorso la sua consultazione era stata appoggiata dai Cinque Stelle in funzione anti-Pd.

 

MENTRE LE PARTI si rovesciano, ieri il Pd ha attaccato i Cinque Stelle per il voto contrario sull’articolo 18. Si è replicata la schermaglia dell’altro ieri su un singolare emendamento copia e incolla sul «reddito di cittadinanza» presentato da Forza Italia e bocciato perché, come rilevato dal presidente Fico, estraneo alla discussione sulle causali dopo 12 mesi, i rinnovi e la durata dei contratti a termine. Sarà oggetto di un prossimo provvedimento. Le schermaglie, e la confusione, sul decreto dignità allora torneranno alla millesima potenza. «Fa piacere vedere che il super ministro Di Maio, dopo aver annunciato un “colpo mortale al Jobs Act”, si renda conto della bontà del provvedimento e torni sui suoi passi» ha ironizzato Alessia Rotta (Pd). «Da Di Maio il solito ruggito del coniglio, fa la voce grossa ma poi basta cambiare nome alle cose per accomodarsi – ha rilanciato Debora Serracchiani (Pd) – Così per i voucher, continua a far finta di opporsi e dire che non li voterà. Tanto poi comanda la Lega. Quanta ipocrisia, da veri campioni della doppiezza». Mentre rileva le contraddizioni dell’avversario, il Pd pensa che il Jobs Act sia un’opera di grande politica, non una delle cause del suo tracollo (insieme alla Buona Scuola). Ieri Graziano Delrio continuava a parlare di «dare certezze alle imprese, incentivando il lavoro stabile».

 

IN QUESTA SCENA dove restano incerti i benefici derivanti dalla modesta stretta sui contratti a termine, mentre le opposizioni richiamano i diritti delle imprese, i deputati di LeU hanno ribadito una testimonianza contro il Jobs Act, ma in nome dei lavoratori. Per Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil, promotore dell’emendamento sull’articolo 18 «è necessario tornare a difendere meglio la dignità dei licenziati illegittimamente. E sicuramente il cosiddetto “decreto dignità” non lo fa». «Doveva essere il giorno del riscatto del lavoro stabile, mentre con il ripristino dei voucher e la mancata reintroduzione dell’articolo 18 sarà ricordato come quello della stabilizzazione della precarietà» ha aggiunto Roberto Speranza (LeU). «Pensa davvero degli italiani – ha detto Nicola Fratoianni (LeU) al ministro dell’Interno Salvini – Ma quelli più deboli, non i ricchi cui regali condono, flat tax e grandi opere». «Governo del cambiamento? Sì delle idee» sostiene Laura Boldrini (LeU). Aggressiva la risposta del relatore M5S al decreto, Fabio Tripiedi: «È curioso che parlino Speranza, Serracchiani e Rotta che hanno sostenuto il Jobs Act. Ci critica chi ha massacrato il mercato del lavoro, dov’era la loro attenzione per l’articolo 18 quando l’hanno cancellato?». Non è esatto mettere nello stesso mazzo LeU e il Pd. Sul Jobs Act ci sono molte differenze. Senza contare che c’è il diritto a cambiare idea, prendendosi le proprie responsabilità. Da punti di vista diversi, dal Pd a LeU e Forza Italia ieri è stata rilevata una delle contraddizioni del decreto.

 

UN’ALTRA CONTRADDIZIONE è stata denunciata dagli stessi 5Stelle che parlano di «minacce di mancati rinnovi contrattuali a seguito dell’introduzione del decreto dignità» e invitano a «non strumentalizzare»: Il caso è quello delle Poste che ha smentito i fatti. Nel clima creato dall’insicura condotta del governo, non è escluso che esistano altri casi di questo tipo. Per Di Maio il decreto è «migliorato». A sostegno un comunicato dei parlamentari veneti della Lega che rivendicano i voucher e i magri bonus per gli under 35. Forse i «miglioramenti» alludono all’equilibrismo neocorporativo su cui si regge il «contratto» di governo. Con questa sicurezza la maggioranza darà oggi il via libera al decreto. Entro il 7 agosto anche il Senato.