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ALL'ASSALTO DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E DEL PARLAMENTO

Luciana Castellina

 

Sotterrati anche noi, per fortuna solo psicologicamente, dalle macerie di ponti e fanghi; allibiti per le dimensioni della superficialità, se non della corruttela, che presiede e ha presieduto l’azione dello stato; inorriditi dalle immagini dei 177 migranti stipati nella Diciotti senza poter sbarcare sul molo distante un metro; addolorati e infuriati per la valanga di morti sul lavoro, si è finito per non dare il rilievo dovuto alle terribili parole del sottosegretario Giorgetti, l’altro giorno a Rimini. Neppure il suo interlocutore – Del Rio – sembra aver inteso la gravità delle sue affermazioni, cui non pare abbia reagito (o, peggio, non le ha ritenute gravi).

 

Giorgetti ha infatti rotto il velo delle ipocrisie e gli va riconosciuto il coraggio di aver finalmente reso esplicito quello che da tempo è il vero disegno dell’establishment internazionale, che quell’ipotesi ha del resto già posta in atto in non poche parti del mondo: dichiarare obsoleta, in tempi di globalizzazione, la democrazia rappresentativa – troppo lenta, incapace di decidere, fonte di una quantità di inutili chiacchiere – e dunque della necessità di procedere spediti ad una ulteriore concentrazione del potere decisionale nelle mani dell’esecutivo.

 

Ho detto «disegno dell’establishment», e non della Lega o dei 5 Stelle, perché la strategia che Giorgetti ha delineato senza ricorrere a mezze parole, è in realtà ormai trasversale a molte forze politiche che sono, o sono state al governo, anche se in ogni paese, e per ogni gruppo politico, viene espressa in modi diversi.

 

Voglio dire che questo obiettivo – abolire o marginalizzare o comunque stravolgere i parlamenti – è stato – e ovviamente continua ad essere – anche quello di Renzi (la sostanza della sua confusa riforma costituzionale sottoposta a referendum era questa, come risulta dalle dichiarazioni sue e della Boschi che
l’hanno accompagnata). Così come è già pratica di Macron. Quanto all’Ue, da anni oramai la sovranità popolare è stata sostituita dalla “governance”, e cioè da un modo di assumere decisioni che è sempre più simile a quello dei Consigli di amministrazione di banche ed imprese, e buna pace per la sovranità popolare.
Abolire il Parlamento, o per lo meno svuotarlo di potere, è parola d’ordine ormai popolare, e in qualche modo, bisogna riconoscerlo, persino apparentemente ragionevole: perché senza più partiti veri – vale a dire corpi intermedi capaci di collegare la partecipazione popolare alle istituzioni – questo organismo essenziale della democrazia ha già largamente perduto di senso. Non può svolgere quella difficile ma essenziale funzione di ricerca delle mediazioni necessarie, non “inciuci”, ma possibile traguardo di un conflitto sociale che misura di volta in volta i rapporti di forza reali che in quel momento si sono registrati. Un’operazione che ovviamente è praticabile solo se a determinare, e a valutare, il risultato partecipano realmente e consapevolmente cittadini che hanno votato le rispettive rappresentanze parlamentari e che con queste hanno mantenuto un rapporto costante. A questo servono i partiti, oltreché a conferire al confronto il profilo di una visione del mondo. Basta leggere i resoconti dell’attuale dibattito parlamentare per rendersi conto quanto lontani siamo da questa caratteristica: grida, insulti, propaganda. L’elezione diretta dei deputati – come accenna Giorgetti – non solo non risolverebbe il problema, ma lo aggraverebbe: perché parcellizza la rappresentanza parlamentare, rendendone protagonisti anziché quegli essenziali corpi collettivi che sono i partiti, individui che rispondono agli interessi di un territorio falsamente ritenuto omogeneo, come era quando, a votare, nella vecchia Inghilterra, erano solo i proprietari terrieri.

 

Che il modello di democrazia rappresentativa che ha garantito bene o male la nostra esistenza dal dopoguerra vada adeguato ai tempi è indiscutibile. Ma si tratta di vedere in quale direzione, se accrescendo le possibilità di partecipazione e controllo oppure riducendola. Un tema, questo, reso drammatico dal fatto che già oggi i parlamenti sono stati largamente svuotati del loro potere decisionale, silenziosamente“privatizzato: già oggi molte delle decisioni che hanno conseguenze fondamentali sulla nostra vita vengono assunte in in virtù di accordi privati fra grandi gruppi finanziari o commerciali che operano a livello globale.

 

Si tratta dunque di individuare le forme adeguate a recuperare un controllo democratico già largamente perduto. L’altra ipotesi, quella avanzata da chi con la scusa di procedere più in fretta vorrebbe concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, ha peraltro bisogno dell’uomo forte che lo rappresenti, qualcuno capace di ottenere fiducia in bianco (ricordate “non parlare al conducente”?). Apre dunque le porte al leaderismo, il peggio – io credo – per la democrazia, purtroppo un’immagine che seduce in tutt’Europa anche qualche frangia di estrema sinistra. Per l’immediato, in Italia, apre la strada, forse non dico a Salvini (troppi selfies per durare), ma certo a qualcuno che con un po’ più i stile gridi altrettanto e proclami certezze. Di modelli ce ne sono molti in giro.

 

Dovremmo prestare attenzione a questa tendenza trasversale. È la più pericolosa, perché senza la democrazia non c’è spazio per la politica e senza la politica la sinistra è morta. Credo anzi che questa sia fra le più importanti discriminanti atte a indicare chi sia oggi di destra e chi di sinistra, una distinzione che appare ogni giorno più confusa.