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L’ERA TRUMP E LA GUERRA DELLE MONETE NEL COMMERCIO MONDIALE

Luigi Pandolfi

 

Scontri commerciali. Già nel 2016 una fetta significativa di russi fa la spesa con una carta di credito nazionale per rompere il monopolio dei circuiti internazionali Visa e Mastercard 

 

Il commercio mondiale sta entrando in una nuova fase. La fine degli accordi di Bretton Woods non aveva scalfito la supremazia del dollaro negli scambi internazionali, nonostante il suo sganciamento dall’oro. Tant’è che ancora oggi il 70% delle transazioni su scala globale avviene nella divisa statunitense.  Il dollaro rimane anche la principale valuta di riserva presso le banche centrali ed i governi di alcuni paesi (oltre il 60% del totale), a dimostrazione della sua forza e della forza dell’istituzione politica che ha alle spalle. Moneta forte, garanzia di pagamento e di solvibilità dei debiti (la sola Cina vanta riserve valutarie in dollari per oltre tremila miliardi), riserva per le evenienze.

 

Ma: sarà così per molto tempo ancora? Affermare che la supremazia del dollaro ha le ore contate è da sprovveduti, percepirne gli scricchiolii, tuttavia, non è affatto difficile. La politica isolazionista di Trump, portata avanti anche a mezzo di sanzioni e dazi doganali, sta facendo correre ai ripari le principali economie del mondo e quelle di alcuni paesi emergenti. Parola d’ordine: ridurre al minimo la dipendenza dal dollaro.  È quello che, ad esempio, sta provando a fare la Russia di Putin, con una serie di misure che si farebbe bene a leggere in tutta la loro portata. Ha fatto notizia l’indiscrezione secondo cui Mosca sarebbe pronta a sostituire il dollaro con l’euro nelle proprie transazioni internazionali. In effetti si tratterebbe di un fatto politico di una certa rilevanza, che potrebbe aprire la strada a decisioni simili presso altri governi, con ripercussioni rilevanti sugli assetti economici internazionali.

 

Non è una notizia che ci prende di sorpresa, però. È da alcuni mesi che il Cremlino si sta «muovendo» per limitare i danni che potrebbero derivargli da un inasprimento delle sanzioni Usa. Da un lato sta riempiendo i suoi forzieri di lingotti d’oro (ad oggi, 2.170 tonnellate, per un valore di 90 miliardi di dollari), dall’altro si sta liberando dei titoli di stato americani. Dall’inizio dell’anno, il valore dei Treasuries in suo possesso è sceso da 100 a 14 miliardi (nel 2010 erano 175 miliardi).

 

Non solo. Già dal 2016 una fetta significativa di russi fa la spesa con una carta di credito «nazionale», la Mir, pensata per rompere il monopolio dei circuiti internazionali Visa e MasterCard. Un altro tassello nella strategia di de-dollarizzazione dell’economia della Russia, che, è bene ricordarlo, comprende anche alcuni accordi bilaterali per l’uso della moneta nazionale negli scambi commerciali (con l’Iran, ad esempio).

 

La decisione di adottare prevalentemente l’euro per le transazioni internazionali ha però un significato molto più importante, dirimente. Perché fa capolino in una crisi commerciale che investe anche il Vecchio Continente nei suoi rapporti con gli Usa, ma soprattutto perché fa il paio con la decisione di Pechino di spingere sull’internazionalizzazione dello yuan, nel frattempo aggiunto dal Fondo Monetario Internazionale alle altre monete che determinano il valore dei «Diritti Speciali di Prelievo» (moneta artificiale utilizzata come riserva di valore dai paesi membri).
Dunque: la Cina, la «Nuova Via della Seta» (la rete commerciale su cui la Cina vuole investire mille miliardi di dollari coinvolgendo 65 paesi tra Europa ed Asia), le recenti scelte di alcuni paesi emergenti, da ultimo la decisione di Mosca di sfidare Washington brandendo l’arma dell’euro. Un quadro in movimento, nel quale si percepisce un mutamento di clima nei rapporti economici a livello internazionale.

 

Un mutamento che desta, comprensibilmente, preoccupazione e nervosismo negli Usa, da sempre alle prese con pesanti disavanzi della bilancia commerciale, sopportati grazie alla forza della propria moneta (e della propria supremazia militare).

 

Per decenni il mercato statunitense ha funto da domanda di ultima istanza per beni e servizi europei ed asiatici, in cambio del finanziamento del proprio debito pubblico (e dei consumi interni). Di fatto, questo meccanismo è ancora in piedi, né a minarlo potrà essere soltanto la decisione di Mosca di emanciparsi dalla dipendenza dal dollaro (basso è l’interscambio tra i due paesi, scarsa è sempre stata l’esposizione russa nei confronti del debito americano).

 

Non è detto, però, che questo equilibrio possa reggere in futuro. Che poi è ciò che vogliono i principali bersagli della guerra dei dazi scatenata da Donald Trump.

 

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